Pubblichiamo la testimonianza di Pedro Granja, avvocato e attivista ecuadoriano, sulle rivolte in Ecuador, la repressione governativa e la demonizazione mediatica della marcia degli indigeni.

Ringraziamo Pedro per il post. Buona lettura!

 

Il 13 Ottobre 2019 il presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno approva il decreto 883, tramite il quale decreta un aumento del prezzo dei carburanti del 123%. La misura colpisce l’intero comparto economico di un paese già in serie difficoltà. Come conseguenza si assiste ad un aumento immediato dei beni di prima necessità e del cibo. Non è tutto, con tale decreto il governo, pressato dal FMI, ha cancellato anni di lotta e conquiste dei lavoratori, imponendo una riduzione dei salari del 20%, privando i lavoratori di 15 giorni di ferie e obbligandoli a lavorare senza stipendio un giorno al mese, come se fossero schiavi.

Il governo ha giustificato l’approvazione del decreto sostenendo che sono sacrifici che tutti i cittadini devono fare per il bene della nazione, e soprattutto per ripagare il debito (economico, ma soprattutto politico) di circa 4,2 miliardi di dollari che un anno fa Moreno ha contratto con il FMI, soldi che verranno stanziati in tre anni. Tuttavia, nessuno riesce a capire perché, invece di spremere i lavoratori e gli indigeni, il governo non abbia pensato ad altre misure per fronteggiare la crisi, come ad esempio pretendere i circa 560 milioni di dollari di tasse ($ 560.669.927 per l’esattezza) che i 25 maggiori debitori devono allo Stato Ecuadoriano. Inoltre, il presidente non ha nemmeno preso in considerazione la possibilità di chiedere uno sforzo alle grandi multinazionali del petrolio e alle compagnie estrattive. Queste infatti devono al Paese più di 800 milioni di dollari di tasse. Senza considerare che da anni molti datori di lavoro non stanno versando i dovuti contributi, creando un debito di 1.196,4 milioni di dollari con l’Istituto Ecuadoriano di Previdenza Sociale; questo ovviamente impedisce allo stato di fornire un servizio sanitario adeguato ai lavoratori o di erogare le pensioni e i dovuti adeguamenti e, soprattutto, ha costretto lo stesso governo a chiedere un prestito al FMI.  Già nel 2010, l’imposizione di politiche neoliberiste e le ricette del FMI hanno generato una crisi economica che ha avuto come conseguenza la perdita della sovranità monetaria a favore del dollaro statunitense. Allora come oggi, la decisone del governo è stata quella di scaricare sulle spalle dei lavoratori l’onere del debito; per l’ennesima volta nella storia dello stato Ecuadoriano a pagare le conseguenze di (scellerate) politiche neoliberiste sono i più deboli. Tuttavia nessuno si sarebbe mai aspettato che il popolo potesse trovare la forza di alzare la testa fino al punto che, in 12 giorni di proteste,  sono riusciti a far revocare il decreto.

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Ciò a cui abbiamo assistito in questi giorni è unico: i sindacati che fuggono e i movimenti indigeni (che costituiscono circa il 10% della popolazione) hanno annunciato la loro marcia verso Quito, per chiedere al presidente della Repubblica di abrogare un decreto che li avrebbe ridotti alla fame. A loro si sono aggiunti gli studenti delle scuole secondarie e universitarie, sindacati professionali, disoccupati, e tutte quelle categorie sociali che per anni hanno subito le politiche neoliberiste dell’attuale governo. Ciò che nessuno si aspettava è che la protesta diventasse nel giro di poche ore una vera e propria rivolta popolare. A supporto della marcia degli indigeni ci sono stati blocchi stradali e occupazioni in tutto il paese.

Di fronte a tale situazione il Ministro della Difesa con un annuncio in televisione minaccia i manifestanti, spiegando che l’esercito è ben addestrato in tattiche di guerriglia e nell’uso di armi ad alto impatto. Alle minacce sono seguiti i fatti: la repressione è stata semplicemente brutale. Tuttavia, il governo non ha fatto i conti con le nuove tecnologie e la capillare diffusione del web: la maggior parte degli episodi di violenza ed abuso viene registrato e diffuso. Migliaia di immagini di manifestanti brutalmente colpiti, investiti da motociclette della polizia, violentemente picchiati hanno invaso il web e i principali social network. La capitale Quito, il 12 ottobre, proprio il giorno che ricorda l’arrivo dei conquistatori spagnoli e i relativi massacri di indigeni, diventa una zona di guerra. Nel frattempo, Lenin Moreno, un presidente spaventato e privo di ogni legittimità, decide di fuggire dalla capitale, a Guayaquil, città in cui si concentra la borghesia a lui fedele, chiedendo ai manifestanti di fermarsi, senza tuttavia fare un passo in dietro sulle sue decisioni. L’estrema destra di Guayaquil vede nelle rivolte un’opportunità per prendere il potere e legittima la repressione poliziale attraverso l’incitamento al classismo e all’odio raziale verso gli indigeni. Allo stesso tempo i politici di destra ed estrema destra che aspirano alla presidenza della Repubblica, asserragliati nelle città di Guayaquil, appaiono nei principali media minacciando gli indigeni, intimandoli di non osare entrare nella loro città, sostenendo che la loro marcia verrà repressa nel sangue e ordinando la chiusura di ponti e strade. Questo non ferma le proteste. L’intera città di Quito scende in strada armata di rumorose pentole che sono percosse come forma di protesta, segno di rifiuto della violenza dello stato, chiedendo al governo di fare un passo in dietro sul decreto e di non continuare lungo la folle strada della repressione e delle politiche neoliberiste. Nel complesso la quasi totalità della classe politica ecuadoriana, con pochissime eccezioni, chiede a gran voce un intervento ancora più deciso dell’esercito, come se il sangue indigeno fino ad ora versato non fosse abbastanza. Sono gli stessi che, durante le elezioni, si ‘travestono’ da indigeni chiedendo il loro voto.

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Indubbiamente gli esseri umani sono stati, fin dalla notte dei tempi, affascinati dalla violenza, e indipendentemente da chi lo produce – stato o individui – la violenza attrae e seduce. Come ci ha insegnato Foucault (1978) la violenza è uno spettacolo che affascina, capace di radunare migliaia di persone e di autolegittimarsi attraverso la propria rappresentazione, creando uno spettacolo del dolore, un teatro della sofferenza capace di smuovere gli istinti più bassi e biechi. Ed è proprio su questo che il governo e il presidente Moreno tentano di fare leva. La rivolta viene presentata in Ecuador attraverso un’incredibile e constante narrazione della pericolosità degli indigeni e dei manifestanti, viene sovente usata l’etichetta criminale, creando un ordine del discorso assolutamente forviante. Le prime pagine dei giornali sono tappezzate da roboanti titoli, come: “i manifestanti stanno bruciando una chiesa”, “hanno rapito un prete”, “hanno ucciso un poliziotto”, salvo poi rettificare il giorno successivo in quarta pagina. Il così detto quarto potere, asservito alle esigenze del governo, sovrappone lo status di indigeno, operario e studente con quello di criminale o terrorista. I media cercano di toccare le pance delle classi dominanti: attenti, voi sarete i prossimi! L’intento sembra quello di fomentare le classi dominanti e di ergersi a cassa di risonanza della loro istanze di sicurezza e ordine (il loro ordine!) chiedendo azioni più decise da parte dei militari. Attualmente si contano più di 900 feriti e 7 morti, tutti tra le fila dei manifestanti. Chiedono più sangue, e avranno più sangue. Chi vi scrive, ha già avuto modo di sperimentare la brutale repressione governativa sulla sua pelle: il mio impegno nella difesa dei diritti dei lavoratori e delle classi più deboli è stato premiato, qualche anno fa, con l’arresto. Accusato di essere un cospiratore e di ordire alle spalle dell’ordine costituito sono stato condannato alla galera. Era mia ferma convinzione che, con il mio caso (e quello di molti altri compagni) il governo Ecuadoriano avesse toccato il fondo, evidentemente mi sbagliavo. Allora come adesso, i giornalisti si sono prestati al gioco dello stato, costringendo al silenzio il dissenso, proprio loro che dovrebbero essere imparziali megafoni di un paese e dovrebbero ad ergersi a difensori della libertà di espressione e pensiero. Ancora una volta le vite dei manifestanti, cioè di operai, lavoratori e indigeni non esistono, la violenza dello stato neoliberista, la brutalità della loro condizione esistenziale non viene mai raccontata. Sono proprio questi che hanno finalmente deciso di reagire, rischiando la vita per le strade per garantire un futuro migliore ai loro figli. La povertà estrema in cui versa la grande maggioranza del paese è condizione accettata e costitutiva di un ordine sociale calato dell’alto, in cui il benessere di pochi viene costruito a scapito di indigeni e operai.

Alla fine, il governo si è dovuto arrendere ed è stato costretto a sedersi al tavolo con indigeni, operai e studenti riconoscendo loro dignità. Il presidente Moreno è stato costretto a ritirare il descreto e trasmettere la trattativa via web, offrendo all’intero paese il meraviglioso spettacolo di un gruppo di donne e uomini coraggiosi che sono riusciti a sfidare e piegare uno stato fascista. Malgrado le nitide immagini, i media hanno continuato a proteggere le élite sostenendo che in fondo nessuno ha vinto, e ovviamente che nessuno ha perso. La verità è che questo conflitto ha mostrato la crisi della politica in  cui versa l’Ecuador: i partiti e i gruppi di potere, guidati da pochi oligarchi capaci di tutto per mantenere i loro privilegi, sono in difficoltà.

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Nonostante la storica sconfitta degli apparati di potere e la vittoria ottenuta dai movimenti, ora in Ecuador si assiste ad una vera e propria caccia alle streghe che ha un chiaro obiettivo: porre fine al movimento indigeno, mettere a tacere la veritá e far dimenticare la bruciante sconfitta delle oligarchie borghesi. Il gioco che stanno facendo é vecchio come il mondo: cercano di screditare i movimenti indigeni attraverso una feroce campagna mediatica che sta sfociando in quello che classicamente possiamo definire come panico morale (Choen, 1967). È utile sottolineare quanto tutto ciò sia doppiamente vergognoso: da un lato la stampa trasforma gli indigeni in corpi estranei alla societa ecuatoriana, che non sono parte costitutitva dello stato di diritto; dall’altro lato, e come conseguenza di ció, vegono trasformati in nemici dell’ordine e della sicurezza. Ma questa volta si sbagliano, il mio é un popolo carico di dignitá e non é bastato incarcerare quasi un migliaio di persone, non è stato sufficiente far scorrere il sangue di un migliaio di indigeni, per fermare il vento del cambiamento. Oggi ci dicono che noi siamo criminali perché difendiamo la vita e la dignitá di un popolo. Credo che la ministra degli interni María Paula Romo dovrebbe rassegnare le dimissioni e con lei Oswaldo Jarrín, ministro della Difesa, per la brutale repressione del movimento indigeno. Invece hanno deciso di passare al contr’attacco, sporgendo denuncia presso la Procura di stato e chiedendo che i leader del movimento indigeno come Yaku Pérez, Leonidas Iza e Jaime Vargas de la Conaie vengano incarcerati. In questi giorni, gli ecuadoriani ci tolgono le maschere: da un lato una oligarchia ricca e borghese che arranca e, per mantenere il potere, è disposta ad annientare con tutti i mezzi possibili un popolo che, stanco di soprusi e fame, ha deciso di alzare la testa. Migliaia di ecuadoriani hanno deciso che è ora di dire basta, costi quel che costi.

Concludo con una nota positiva: le azioni brutali e violente della polizia e dei militari ordinate dai ministri della difesa e degli interni, legittimate da giornali e televisioni compiacenti, sono state condannate dalla Corte Costituzionale. Questa condanna non è stata minimamente presa in considerazione e il governo ha ovviamente garantito e assicurato piena immunità alle forze dell’ordine, ritengo abbia mostrato al mondo come il mio paese sia attualmente governato da un regime dittatoriale e non da una democrazia. Credo che tutto questo abbia aperto gli occhi di molti (non solo in Ecuador): chi, asserragliato nella città di Guayaquil sperava in un bagno di sangue ha perso! Il vendo del cambiamento soffia forte tra i capelli di un popolo che ha ritrovato la propria dignità e ha saputo osare e vincere. Ciò che maggiormente mi rincuora è l’emergere di un nuovo movimento sociale e popolare che attraverso un’azione dal basso potrà raggiungere il potere, nonostante la brutalità delle forze dell’ordine e il triste ruolo dei media. Confido questo sia solo l’inizio di una lunga marcia verso un paese più giusto e degno della sua storia.