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Riceviamo e pubblichiamo la recensione di Letizia Assorti, dottoressa in Cooperazione internazionale e tutela dei diritti umani, a una delle opere fondative del femminismo moderno, “Donne, razza, classe” di Angela Davis, uscito nel 1981 e di recente pubblicato da Edizioni Alegre (2018).

Ringraziamo Letizia per il post. Buona lettura!

A proposito di Angela Davis, “Donne, razza e classe” (Alegre, 2018)

di Letizia Assorti

Nella sua ricerca iniziata negli anni in cui era in carcere e pubblicata nel 1981, Angela Davis ricostruisce la storia delle donne scomponendo questa categoria in altri due segmenti cruciali: la razza e la classe.

L’esperienza vissuta dalle donne nere negli Stati uniti differisce profondamente da quella delle donne bianche con conseguenze dirette sui movimenti politici che ne derivano. Idiosincrasie, dettate dalle differenti esperienze di vita e condizioni materiali, che si riflettono anche nei dibattiti all’interno dei movimenti suffragisti e del movimento femminista bianco con contrasti che arrivano fino agli anni ’70 e che coinvolgono ad esempio la questione del voto e la questione dell’aborto.

Per quanto riguarda il movimento suffragista le donne nere sono relegate ai margini al pari delle donne della classe operaia bianca, in quanto larga parte del movimento a inizio ‘900 proponeva limiti di istruzione e proprietà, aspetto che avrebbe dato secondo ad esempio la visione di Belle Karney “[…] un’immediata e duratura supremazia bianca, ottenuta onestamente.”[1] Il movimento suffragista colpiva con questa strategia sia le donne delle classi popolari, sia le donne nere, rendendo i criteri per il diritto di voto uno strumento per conquistare la supremazia bianca.

Angela Davis ricostruisce il dibattito attorno all’aborto che divideva i movimenti femministi e le donne afroamericane negli anni ’70: anche questo genere di lotta alla quale molte donne nere vennero accusate di non partecipare attivamente, non poteva essere considerata universale: non teneva conto della storia di chi aveva, nella sua storia, le pratiche di sterilizzazione forzata.

Le donne nere di Angela Davis portano scritto sulla propria pelle un comune destino di stupri sistematici ad opera degli schiavisti. Nelle narrazioni della schiavitù del XIX secolo si restituiva un’immagine della schiava nera come acquiescente, elemento su cui anche le donne bianche dei movimenti abolizionisti hanno posto l’accento. È interessante osservare come se da un lato lo stupro è un elemento di assoggettamento sistematico delle donne nere da parte dello schiavista bianco, più tardi emergerà il mito dello stupratore nero. Angela Davis sottolinea come le leggi sullo stupro mirassero a tutelare gli uomini delle classi superiori, le cui figlie o mogli rischiavano di essere aggredite, mentre lo stupro ai danni della working class non suscitava le stesse attenzioni, sottolineando quanti pochi fossero gli uomini bianchi ad avere subito un processo per violenza sessuale. Il mito dello stupratore nero, inoltre, nasce in appoggio alla necessità di fornire giustificazioni convincenti alle violenze contro la comunità nera. All’interno delle stesse lotte contro lo stupro, le donne nere dovevano fare i conti non solo con l’asimmetria di giudizio di cui gli uomini neri erano stati vittime, ma anche con i numerosi casi di violenza delle forze di polizia contro le attiviste Nere e con l’eredità dello stupro sistematico degli schiavisti bianchi, pratica che con l’abolizione dello schiavismo fu portata avanti dagli stupri di gruppo praticati dal Ku Klux Klan.

Secondo Davis, le lotte contro lo stupro devono tenere conto della struttura di classe del capitalismo oltre che della dimensione razziale in quanto è la struttura di classe ad incentivare lo sfruttamento sessuale da parte degli uomini che esercitano potere.

Inoltre, è fondamentale il tema del lavoro: le donne nere non erano considerate troppo femminili per lavorare in miniera o in fonderia ed erano donne lavoratrici anche all’interno dello spazio domestico, mentre alle donne bianche dal 19 secolo viene imposto il ruolo di casalinghe o madri come modello di femminilità, pagando la dura condizione di salari più bassi e sfruttamento in caso di uscita da questo ambiente considerato naturale.

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Dall’esperienza dello Schiavismo tuttavia le donne Nere ereditano una storia fatta anche di resistenze : dall’avvelenamento del padrone di casa alla fondazione di scuole per Neri comprendendo il valore di riscatto dell’istruzione, fino ad arrivare all’infanticidio, modo estremo per sottrarre i figli da un destino obbligato di schiavitù.

A partire dal 1787 con Pince Hall la lotta per l’accesso all’istruzione diventò cruciale. Si pensi alla Ferguson School of the poor fondata da un’ex schiava che riuniva neri e bianchi delle classi popolari altrimenti esclusi dall’istruzione. In questo ambito Davis sottolinea come ci sia stata una proficua unione fra le donne bianche e le donne nere, grazie anche a figure emblematiche come Myrtilla Miner che fondò una scuola di formazione per insegnanti neri. L’accesso al sapere non solo si configurò come lotta per l’accesso all’istruzione ma anche come vera e propria forma di resistenza: non è raro che le schiave acquisissero di nascosto le abilità di scrittura e lettura, cruciali per fare circolare notizie e informazioni, sino ad arrivare alle Scuole di mezzanotte.

Ulteriori forme di resistenza sono quelle dei sabotaggi, degli avvelenamenti dei padroni e dei tentativi di fuga, sempre più organizzati come nel caso della Ferrovia sotterranea, grazie alla quale Harriet Tubman guidava, tramite una rete clandestina di rifugi e itinerari sicuri, centinaia di persone dalle piantagioni del sud fino al nord.

Infine, la pratica dell’infanticidio, alla quale la Davis accenna citando il caso di Margaret Garner che nel 1851 uccise la figlia piuttosto che consegnarla a un futuro  di schiavitù e oppressione, episodio a cui è ispirato il celebre “Amatissima” di Toni Morrison dove queste stesse lotte analizzate da Angela Davis trovano una preziosa testimonianza in forma di romanzo.

“Donne, razza e classe” non può non rivelarsi un testo fondamentale per mettere in discussione un certo femminismo borghese che non riesce tutt’ora a prendere in considerazione pienamente le classi subalterne e a comprendere appieno quanto l’identità di genere non sia sufficiente a tenere in conto anche della dimensione razziale e di classe.   Gli studi della Davis invitano a non pensare a un soggetto donna omogeneo che trascuri le differenze di razza e di classe ma piuttosto è necessario rifiutare l’idea di universalismo in quanto significherebbe portare avanti un femminismo solamente espressione di una classe bianca, borghese e, si potrebbe aggiungere, occidentale.

Ripensare l’oggi, chiedendoci con quali forze il capitalismo opprima le donne, attualizzando il pensiero di Angela Davis per comprendere la mutata composizione sociale che ci si trova davanti, mantenendo come punto fermo una coscienza politica che sia fortemente anti razzista e radicalmente anticapitalista e dando valore ad ogni atto di resistenza che vada in questa direzione.

 

 

[1] Angela Davis, Donne, razza, classe, Edizioni Alegre, 2018, p. 155.

 

Per citare questo post: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/11/21/a-proposito-di-angela-davis-donne-razza-e-classe-di-letizia-assorti