Nella settimana del corteo nazionale a Roma contro la violenza maschile sulle donne, annunciamo l’uscita del numero doppio di Studi sulla questione criminale 1-2/2019, numero monografico curato da Lucia Re (Università degli studi di Firenze), Enrica Rigo (Università di RomaTre) e Maria (Milli) Virgilio (Avvocata del Foro di Bologna), dedicato a “Le violenze maschili contro le donne”. Mettiamo in pubblicazione l’indice completo del numero e, in anteprima, un estratto dell’editoriale. Buona lettura!

Le violenze maschili contro le donne: complessità del fenomeno ed effettività delle politiche di contrasto*

di Lucia Re, Enrica Rigo e Maria (Milli) Virgilio

Questo numero monografico su Le violenze maschili contro le donne giunge a distanza di oltre dieci anni dal primo volume di “Studi sulla questione criminale” dedicato al tema, curato da Tamar Pitch e intitolato Ginocidio. La violenza maschile contro le donne (III, 2, 2008). In quel numero, come in questo, si era scelto di parlare appunto di violenza maschile contro le donne, invece che di violenza di genere, per sottolineare sia che la violenza di genere è agita prevalentemente da uomini nei confronti di donne, solitamente partner o ex partner, sia che essa fa parte di un continuum di sopraffazione maschile sulle donne. A distanza di tempo, molti elementi dell’analisi sono confermati. La violenza contro le donne è un elemento stabile di tutte le società, occidentali e non. È un fenomeno universale e pervasivo che attraversa i confini nazionali e quelli sociali ed è presente nelle relazioni intime, in quelle lavorative, così come negli scenari di guerre e conflitti (cfr. Spotlight Initiative, 2018). In tutto il mondo i femminicidi sono frequenti, benché lo siano molto di più in Asia, in Africa e in America che in Europa e in Oceania (UNODC, 2018). In molti Stati essi rappresentano una porzione significativa degli omicidi, il che segnala l’esistenza di un grave problema nelle relazioni fra i generi anche in paesi apparentemente avanzati dal punto di vista del riconoscimento dei diritti delle donne – si pensi ad esempio alla Danimarca. In alcuni casi, come in Italia, la violenza contro le donne – che, com’è noto, non è solo fisica e sessuale, ma anche psicologica ed economica (Council of Europe, 2011) – mostra una tendenza a diminuire progressivamente sul piano quantitativo, ma, laddove si manifesta, è più grave (Istat, 2015). Nel nostro paese colpisce proprio il dato relativo ai femminicidi, il cui numero resta stabile nel tempo, ma, a fronte di un calo costante del numero complessivo degli omicidi, oggi è pari a poco meno di un terzo di quest’ultimo (cfr. Censis, 2019; Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, 2018; M. Barbagli, A. Minello, 2017). Avere messo a fuoco l’uccisione di una donna in quanto donna come un crimine misogino non ha fermato la strage. Citiamo questi dati per tracciare a grandi linee le dimensioni delle violenze contro le donne. Le statistiche, sia globali che europee e nazionali, sono purtroppo gravemente lacunose ed è condivisa la convinzione che i dati proposti siano sottostimati (Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, 2018, p. 30; E. Biaggioni, M. Pirrone, 2019; FRA, 2014).

Nell’Editoriale che apriva il numero 2 del 2008, Pitch sottolineava che

«la violenza maschile contro le donne è indizio non del patriarcato, ma della sua crisi. È adesso, infatti, che la si riconosce come violenza, che la si chiama così, piuttosto che giusto controllo, correzione adeguata, legittimo uso di mezzi di disciplina» (9).

Essa inoltre «si allarga, a misura che le donne acquisiscono libertà e, a loro volta, quote di potere» (ivi, 10), poiché

«è proprio quando, come adesso, le identità, le comunità, si rivelano illusorie, le famiglie inesorabilmente plurali e diversificate, i legami costitutivamente fragili, che il controllo diventa violenza esplicita, segno di impotenza e frustrazione, piuttosto che di un senso di autorità legittima» (ivi, 10).

La violenza contro le donne, in Occidente ma non solo, viene dunque finalmente nominata. Essa è più visibile ed è spesso interpretabile come un sintomo della crisi del modello virile tradizionale. Questa crisi va di pari passo con l’erosione delle sovranità nazionali imperniate sul mito dell’uomo guerriero, difensore della patria e della famiglia. Oggi, come e forse più di dieci anni fa, verso questo modello molti uomini eterosessuali, anche giovani, nutrono nostalgia (cfr. S. Ciccone, L. Melandri, 2011, in particolare 40-1). Esso è al centro dei discorsi e dell’immaginario alimentato dalle forze politiche di destra[1], perché è coerente con una concezione illiberale della democrazia e incarna una fantasia di potere gratificante per i molti che – con modalità diverse secondo il ceto sociale – la globalizzazione neoliberista e l’affermarsi della «società della prestazione» (F. Chicchi, A. Simone, 2017) hanno spossessato di una identità e di un lavoro stabili, di un ruolo sociale riconosciuto. Le donne sono le prime a negare questo riconoscimento, proprio quando la sfera delle relazioni intime viene investita dal bisogno maschile di controllare e dominare[2]. Il femminismo della fine del Novecento ha infatti segnato una rottura con i modelli di genere tradizionali che non può essere ricomposta. Almeno in Occidente, anche le donne che rifiutano di identificarsi con le lotte femministe ne hanno beneficiato (cfr. C. Scharff, 2016). Per quanto siano diffusi esempi di femminilità neoliberale che si ispirano a quella che Angela McRobbie (2007) ha definito la «mascherata postfemminista», ovvero una esaltazione degli stereotipi di genere, volta a ricollocare le donne all’interno di un rassicurante modello eteronormativo, le donne occidentali, così come alcune giovani donne nei paesi in via di sviluppo (ivi), costruiscono spesso la propria identità intorno a una idea di agency ereditata dal femminismo. Cooptando la cultura femminista all’interno dell’immaginario popolare e depotenziandone il carattere rivoluzionario, il neoliberalismo sostiene un modello ambivalente di empowerment femminile (A. McRobbie 2007, 2009), mentre gli uomini eterosessuali hanno per lo più assistito  passivamente a questa trasformazione. L’era in cui viviamo è in questo senso post-patriarcale, non perché la sistematica subordinazione delle donne agli uomini eterosessuali (ossia ciò che è stato definito patriarcato) sia archiviata, ma perché molte donne non sono più disposte a interiorizzarne la violenza simbolica e ad accettare il dominio maschile. La decostruzione del modello maschile tradizionale, invece di avvenire in modo attivo, secondo un processo liberatorio di autocoscienza degli uomini (cfr. S. Ciccone, 2009), è così agita dall’esterno ad opera di soggettività che sono percepite come pericolose: le soggettività politiche delle donne e i movimenti LGBTQI, sempre più visibili e sempre meno disposti ad accettare una cittadinanza dimezzata (cfr. N. Riva, 2019). La violenza di genere è dunque collegata alla incapacità maschile di accettare la propria vulnerabilità, quella esposizione al rischio che, come ha ben sottolineato Judith Butler (2004, 2015a), è insita in ogni relazione, a partire da quella madre-figlio/a[3]. Nella famiglia patriarcale il maschio intratteneva con donne e bambini un rapporto verticale, fondato sul dominio. Oggi, invece, gli uomini non possono più porsi agevolmente «fuori da una dinamica in cui i propri limiti vengono esposti e percepiti» (S. Ciccone, 2009, pos. 824). Ciò può indurre a comportamenti vendicativi nei confronti sia delle donne in generale – si pensi alla misoginia diffusa sul Web – sia della donna che, rifiutando o rompendo una relazione sentimentale, esercita la propria autonomia non solo economica e sociale, ma anche affettiva e sessuale. Tutto ciò non significa, evidentemente, che la libertà femminile sia la causa scatenante della violenza contro le donne. Questa è sempre esistita. L’autonomia conquistata dalle donne però, come ha sostenuto Pitch (2008), rivela il carattere violento della subordinazione e della discriminazione di genere ancora operanti, mostrando l’esistenza di un conflitto (cfr. S. Ciccone, 2009; C. Ventimiglia, 1988).

(…Continua su Studi sulla questione criminale)

Note

  • Le autrici hanno condiviso l’impostazione della call for papers e della presente introduzione. Ciascuna ha tuttavia redatto uno dei paragrafi che la compongono: Lucia Re il par. 1; Enrica Rigo il par. 2 e Milli Virgilio il par. 3.

1 Per l’Europa cfr. ad esempio InGenere (2019).

2 Cfr., con riferimento all’interessante caso turco, D. Zeynep (2015).

3 Sulla rilevanza di una concezione patriarcale della relazione madre-figlio nelle dinamiche di violenza di genere cfr. L. Melandri (2011).

Indice

  • Le violenze maschili contro le donne: complessità del fenomeno ed effettività delle politiche di contrasto (Lucia Re, Enrica Rigo, Maria (Milli) Virgilio)
  • Tra protezione e care. Ripensare le violenze maschili contro le donne (Franca Bimbi)
  • La experiencia urbana de las mujeres en la Ciudad de México: miedos, políticas y alternativas (Paola Flores Miranda, Colectivo Crea Ciudad)
  • Tratamiento penal de la violencia sexual de género (María Acale Sánchez)
  • La actuación de las instituciones del sistema de justicia brasileño en la elaboración de acciones de combate a la violencia doméstica (Ana Lucia Sabadell, Lívia de Meira Lima)
  • Criminalizzazione delle scelte delle donne in materia di salute sessuale e riproduttiva: il caso dell’aborto come guerra contro le donne (Ilaria Boiano)
  • La violenza in sala parto. Osservazioni a margine di una questione controversa (Camilla Cannone)
  • Manifestazioni e considerazioni della violenza nei confronti delle donne alla luce della Convenzione di Istanbul (Agostina Latino)
  • Le violenze maschili contro le donne raccontate da Centri antiviolenza e Forze dell’ordine. Pratiche e linguaggi a confronto (Maddalena Cannito)
  • La cyber-violenza maschile contro le donne: una nuova sfida per il diritto penale (Alessia Schiavon)
  • La rappresentazione della violenza di genere nei media. Frame, cause e soluzioni del problema nei programmi RAI (Elisa Giomi)

STRUMENTARIO

  1. Cronologia di riferimenti normativi (Maria (Milli) Virgilio)
  2. Il piano femminista contro la violenza di genere dalla performatività dei corpi alla presa di parola: il movimento femminista Non Una Di Meno in Italia (Tatiana Montella, Sara Picchi, Serena Fiorletta)

Summaries

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