Riceviamo a pubblichiamo una rilettura di Vincenzo Scalia (Winchester university, UK) della ricerca condotta da Lewis e Arlacchi sul mercato dell’eroina a Verona di fine anni Ottanta.

Grazie a Vincenzo e buona lettura!

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Sono passati 30 anni da quando sul numero 4/89 di Micromega apparve un saggio di Pino Arlacchi e di Roger Lewis intitolato Inchiesta sulla droga a Verona (pp.59-98)[1]. Il lavoro presentato, svolgeva la funzione introduttiva del libro che sarebbe stato pubblicato da lì a pochi mesi per i tipi de Il Mulino, Imprenditorialità Illecita e Droga. Il Mercato dell’Eroina a Verona[2]. Lo studio condotto dai due sociologi era il frutto di una ricerca condotta su un fenomeno sociale ancora oggi di attualità, come il consumo dell’eroina. Il lavoro di Arlacchi e Lewis oggi può considerarsi sorpassato dal diverso contesto sociale, quale è quello apertosi in seguito alla globalizzazione, nonché in seguito alla differenziazione del mercato della produzione e del consumo degli stupefacenti. A nostro giudizio però, vale la pena di ricordarlo per avere proposto alcuni spunti sociologici e criminologici che ci sembrano attuali in relazione ai fenomeni della criminalità organizzata e del mercato degli stupefacenti.

Innanzitutto, la ricerca di Arlacchi e Lewis si colloca in contro-tendenza rispetto alle analisi dei consumatori degli stupefacenti. Laddove gli addetti ai lavori insistono prevalentemente sull’equazione tra l’utilizzo delle droghe e il disagio socio-economico, i due autori dichiarano fin dall’inizio di volere sovvertire questa impostazione dominante, orientando la loro analisi verso il nesso tra droghe e la cultura dell’abbondanza. Questa analisi, proposta e nel corso degli anni articolata anche da Vincenzo Ruggiero, trova la sua forza nella disamina della realtà veronese. L’area metropolitana di Verona, in quegli anni, si connotava per essere il fiore all’occhiello della cosiddetta “terza Italia”, ovvero il Nordest e il centro. Città di medie dimensioni, dotata di una realtà produttiva articolata in una rete di piccole e medie imprese, sorretta da un capitale sociale denso, Verona denotava in quegli anni un problema di consumo di eroina maggiore sia rispetto alle realtà depresse del Mezzogiorno, sia rispetto alle aree metropolitane del Nord, come Milano, Torino e Genova. Inoltre, i consumatori, erano in massima parte pienamente integrati all’interno del contesto socio-produttivo sopraccitato, e non presentavano problematiche familiari di rilievo. Il contesto odierno, con tutta probabilità, ci restituirebbe un quadro socio-economico diverso. D’altra parte, le considerazioni relative alla correlazione semplicistica tra droga e disagio potrebbero fornire una valida chiave di lettura del fenomeno.

In secondo luogo, nella ricerca in oggetto, si aprono spunti interessanti per elaborare una lettura del commercio degli stupefacenti. A differenza delle aree depresse, nella Verona della fine degli anni ottanta, la commercializzazione delle droghe era appannaggio di attori locali, che operavano all’interno di un milieu in cui le figure lecite e le figure illecite si sovrapponevano, con gli imprenditori e i commercianti pronti ad investire negli stupefacenti al fine di incrementare i loro introiti. Questo aspetto della ricerca, in verità avrebbe meritato un maggiore approfondimento. In particolare, i due autori denotano un ottimismo leggermente eccessivo rispetto alla tenuta del capitale sociale di fronte alla criminalità organizzata. Probabilmente, sarebbe stata necessaria un’analisi a lungo raggio, che riconducesse le catene di commercializzazione alla mafia del Brenta o ad altri attori locali del mercato illegale, nonché ai loro legami con le mafie di origine meridionale. Inchieste e ricerche successive hanno messo in rilievo come il ruolo dei membri delle mafie in soggiorno obbligato al Nord abbia svolto un ruolo non secondario all’interno dei mercati illegali. Tuttavia, l’aspetto relativo all’osmosi tra le economie cosiddette “sporche” e l’imprenditoria lecita, anche questo eviscerato ed articolato negli anni da Ruggiero, rappresenta un aspetto importante della criminalità organizzata, che ancora oggi non viene sviluppato appieno, ma, al massimo, si ritrova confinato nelle cosiddette “zone grigie”.

Infine, un aspetto importante del lavoro di Arlacchi e Lewis, è quello relativo al cosiddetto “contagio”. Ci riferiamo alla tesi, sviluppata da Diego Gambetta (1992), che legge la criminalità organizzata come appannaggio di contesti locali specifici, e la sua impossibilità, innanzitutto di tipo culturale, di espandersi al di fuori del contesto di origine. Se a una prima lettura di questo lavoro potrebbe sembrare che indirizzi verso questa tesi, dopo un’analisi approfondita si vede che gli autori si dirigono verso un percorso opposto. Infatti, il lavoro di Arlacchi e Lewis, ci suggerisce che la rete imprenditoriale criminale contemporanea può fare a meno di strutture pesanti, di rituali, di subculture, in altre parole di mafie, per dare vita ad un contesto più fluido, più snello, e forse per questo meno afferrabile, dove il profitto e la soddisfazione di bisogni edonistici si incontrano.

Un lavoro con molti limiti, innanzitutto temporali, che forse sorvola su alcuni aspetti metodologici e di acquisizione delle fonti (lacune per altro denotati da molti altri lavori in questo ambito…). Ma dotato di spunti da prendere in considerazione anche oggi per chi si vuole occupare di droghe e criminalità organizzata. A rileggere Arlacchi e Lewis trent’anni dopo, ci si chiede come mai siano rimasti in soffitta così a lungo. Una prima riflessione suggerisce che la ragione stia nel loro porsi in maniera obliqua rispetto al discorso antimafia dominante, fatto di disagi, legalitarismi e predisposizioni culturali. Anche per questo farebbe bene rileggerli.

[1] Arlacchi P e R. Lewis (1989) Inchiesta sulla droga a Verona, in Micromega 4/89, pp. 59-98

[2] Arlacchi P e R. Lewis (1990) Imprenditorialità Illecita e Droga. Il Mercato dell’Eroina a Verona, Bologna: IlMulino

 

Per citare questo post: https://wordpress.com/post/studiquestionecriminale.wordpress.com/1873