Riceviamo da Anna Simone (Università Roma Tre) il secondo contributo alla nostra Call for blog posts Call me COVID19 (qui potete trovare il primo).

Ringraziamo Anna per la riflessione sulla crisi attuale e i suoi rovesci. Buona lettura!

Venezia, Ponte di Rialto. Credits: Cecilia Pace

Covid-19: il soggetto imprevisto. Rovesci simbolici, emozioni, vita quotidiana

di Anna Simone (Università Roma Tre)

A giudicare dalla mole di riflessioni e articoli che in questi giorni si pubblicano su blog e giornali, il Covid-19 è senz’altro il “soggetto imprevisto” che ha sparigliato le carte della produzione discorsiva sui media e nelle realtà sociali travolgendo le nostre vite quotidiane al punto da diventare “un fatto sociale totale”. Quel “soggetto imprevisto”, superata la fase iniziale vissuta tra rimozione, ilarità, profluvio di teorizzazioni astratte o complottiste, ribellismi di tutti i tipi -come sempre accade dinanzi ad un “evento tsunami” che genera una sorta di atteggiamento difensivo per reazione istintiva – ora sta progressivamente divenendo “normale”, nel senso che ci chiede di sperimentare forme repentine di adattabilità a questa nuova situazione per un arco temporale che nessuno può davvero quantificare.

Nelle varie teorie della filosofia cinese il termine “crisi” (wēijī) ha sempre un doppio significante perché composto da due idiomi. Il primo idioma segnala un pericolo (a cui oggi siamo esposti uno a uno e tutti insieme); il secondo segnala una macchina, un veicolo, un perno, una sorta di crocevia. Un tempo spiccatamente segnato da una “crisi”, dunque, possiamo viverlo sia come pericolo, sia come agente trasformativo, di rigenerazione, qualcosa che ci conduce verso qualcosa di nuovo. Al di là del desiderio che abbiamo tutti di uscire quanto prima da questa “bolla” distopica e malinconica, vorrei fare alcune considerazioni su come un microbo virale, un micro-oggetto immateriale che si presenta come un fiore o come una micro navicella spaziale, può darci la possibilità di riflettere, nonostante tutto, su quel “troppo furioso nostro fare” – per citare una meravigliosa poesia scritta su questi giorni da Mariangela Gualtieri- provando a farlo fruttare o fiorire in altro modo, dal silenzio ovattato del nostro isolamento coatto.

Vorrei, in altre parole, soffermarmi sui rovesci simbolici che il virus ha portato con sé, dandoci a suo modo una lezione, tante lezioni, sia in merito alla continua produzione di ordini discorsivi razzisti che hanno intossicato il dibattito pubblico almeno sino a qualche mese fa, sia in relazione ai nostri “stili di vita” sempre più mobili, prestazionali, performativi, attraverso cui ci lasciamo plasmare ogni giorno, da quel canto lontano delle sirene del “dover essere” che ci ha promesso sinora una sorta di libertà illimitata. La scissione tra l’essere e il dover essere, infatti, aveva già generato una “società del malessere”, basta guardare i dati sull’aumento delle vendite di psicofarmaci o delle sostanze dopanti, ma il virus della prestazione non era trasmissibile contro la nostra volontà: potevamo scegliere, seppure in un frame generale in cui se stai male, se non reggi i ritmi del tempo dettato dall’esterno sempre più non coincidente con quello interiore, sei fuori o ai margini del mondo performativo in cui tutto è misurabile, ma nulla pare somigliare alla misura delle cose vere, reali, quelle che riempiono l’esistenza umana come la cooperazione, la relazione, l’amicizia, l’amore. Cominciamo dalla prima lezione o da quel che potremmo definire “il rovescio simbolico del razzismo”.

Nei primi giorni in cui si cominciava a parlare del virus a Wuhan, il solito razzismo a cui ci hanno abituato i sovranisti, nonché le vecchie e nuove destre, sembrava stare nei suoi soliti steccati stanchi e ripetitivi: notizie di pogrom contro i cinesi per strada, post e meme contro i “gialli” dalle abitudini alimentari malsane, e naturalmente un profluvio di post contro l’immigrazione proveniente dall’Africa ritenuta colpevole di qualsiasi cosa, anche del virus. Il “noi” e il “voi” sembrava essersi consolidato con il solito schema linguistico urlato e privo di qualsivoglia forma di fondamento logico e razionale legato ai principi dello Stato di diritto e dell’illuminismo giuridico. Lo stesso schema che abbiamo visto in scena ai tempi di Salvini ministro degli interni sulla presunta scabbia degli immigrati lasciati in mare sulla Sea Watch, o su Mediterranea o su qualsiasi altra nave delle Ong “criminali e buoniste”. In sintesi, lo schema classico della costruzione del “capro espiatorio” e di quella attribuzione di “colpa” perennemente data ad un “altro”. A fine gennaio lo scenario cambia all’improvviso e avviene non a causa della ragione, ma a causa di un virus che ci ha resi tutti soggetti vulnerabili.

L’epidemia in Italia parte da due piccoli centri in provincia di Padova e Milano, il paziente 1 è un italiano con uno stile di vita molto prestazionale (briefing, apericene, maratone, partite di calcetto), il paziente zero si suppone sia un italiano di ritorno da Shangai risultato poi negativo (solo ora sappiamo che si è trattato di un cittadino tedesco). Nel giro di una settimana il virus comincia a propagarsi in quasi tutto il Nord del paese, le autorità comunicano malissimo i rischi, l’esito è la sequenza emotiva dei cittadini: paura-panico-psicosi-delirio con tanto di calca e ressa nei supermercati. Il Molise e la Basilicata, fin da subito, obbligano tutte le persone provenienti dal Nord a dichiararsi presso le istituzioni preposte, alle Mauritius rimandano indietro turisti veneti e lombardi, il Marocco e la Tunisia chiudono le frontiere agli italiani, a seguire molti altri Stati sino ai primi respingimenti e ai primi “porti chiusi” ai turisti del nostro paese più o meno ovunque, mentre il primo caso di coronavirus in Nigeria lo porta un “nostro” infetto. Il numero dei contagiati sale di giorno in giorno, il disorientamento aumenta, il governatore Zaia per ripristinare il suo refrain razzista, sino a quel momento egemonico, ci fa sapere di aver visto dei “cinesi che mangiano i topi”, ma la situazione è già sfuggita di mano: trattasi di un evidente segnale isterico di chi non può più recitare come un mantra la formuletta retorica del “prima gli italiani”. Dopo due giorni sarà la stessa Cina a chiuderci le frontiere e a regalarci migliaia di mascherine e ventilatori.

In Lombardia, parallelamente, il sindaco glamour Sala rifiuta l’idea che Milano debba fermarsi e lancia un raduno ai Navigli per dimostrare che la Milano dei weekend, degli aperitivi, di quella vitalissima economia centrata sulla brandizzazione e sull’estrazione di valore da qualsiasi cosa, compreso l’umano, sulla prestazione e sull’agire performativo orientato al successo, non si sarebbe fermata. Altre persone, anche illustri, si infettano. Arrivano i primi decreti, le zone rosse si espandono, la chiusura delle scuole e delle Università, il telelavoro, i social impazziscono, la gente anche, non siamo più noi a decidere come vivere, decide per noi il coronavirus. Persino noi che da sempre professiamo saperi critici contro i dispositivi di sicurezza che limitano le libertà personali, noi che contestiamo ogni forma di “militarizzazione” dei territori, noi che insegniamo con convinzione Foucault, Garland, e mille altri teorici critici del controllo sociale e della disciplina siamo costretti a retrocedere. Non si tratta più di teorizzare sulle vite degli altri, ora gli altri siamo noi. Tutti esposti, tutti vulnerabili, tutti alla ricerca di una nuova “normalità” perduta che passa, senza remore, dalla decretazione d’urgenza. I processi di criminalizzazione nei confronti degli “untori” proliferano su Facebook, mentre la micro-criminalità usa il virus per truffare i cittadini con finti tamponi e “phishing” su carte di credito e conti on line studiati di proposito nell’emergenza.

A un certo punto si genera anche una sorta di razzismo al contrario, quel “Napoli colera” con cui gli ultras delle squadre di calcio hanno stigmatizzato intere popolazioni del sud dopo l’epidemia del ’74 fa eco tra i miei ricordi di bambina. Non v’era estate o vacanza al Nord, almeno sino agli anni ’90, in cui appena ci si relazionava ad una persona lombarda o veneta o piemontese e magari si cenava insieme, dinanzi ad una nostra eventuale richiesta di crudi di mare, gli altri storcevano la bocca e ci dicevano: “Ma come? Non vi è bastato il colera?”. Nella nostra amata criminologia critica tale postura si chiama labelling approach, teoria dell’etichettamento. Senza cedere alla vendetta, che comunque viene istintiva ed è persino comprensibile se financo durante l’emergenza rifiuti a Napoli, solo qualche anno fa, accreditati quotidiani come “Libero” o “Il Giornale” scomodavano le tesi di Niceforo e Lombroso per ribadire che “i napoletani” non sanno smaltire la loro immondizia, vivono in tanti e ammassati in pochi metri quadri nei quartieri spagnoli senza avere alcuna idea di cosa sia la civiltà, ciò che qui voglio sottolineare è che di fatto, il soggetto imprevisto Covid-19 ha completamente rovesciato l’ordine discorsivo di matrice razzista tra nord e sud, est e ovest.

Si potrà mai più dire “prima gli italiani” o “aiutiamoli a casa loro” senza essere derisi? Impareremo qualcosa dinanzi ad una forma di fragilità e vulnerabilità collettiva, universale, che ci arriva addosso all’improvviso? Il virus sarà in grado di riumanizzarci? Un giornalista che stimo molto e con cui discutevo in passato, l’altro giorno mi diceva che l’umanità non si è riumanizzata neppure dopo la Shoah. Ha ragione lui, ma anche in quel caso gli altri non eravamo tutti noi, erano gli ebrei, gli omosessuali, comunque gli “altri”, fasce della popolazione che prima la storia ha “identitarizzato”, poi “escluso”, alla fine “sterminato” o che può ancora “sterminare”, come accade ciclicamente nel Rojava, in Siria e in mille altri luoghi in cui la morte fa parte della vita quotidiana di milioni di persone.

Lacan diceva che il simbolico è quel che genera l’inconscio al di là del reale e dell’immaginario esternandosi nel linguaggio; Pierre Bourdieu –invece- ci ha insegnato che ogni “forma simbolica” è anche una “forma sociale” perché produce sia i saperi del potere che i saperi del “senso comune” utili a rovesciare la violenza simbolica di quegli stessi poteri. Ecco, da questo punto di vista, il virus ha saputo rovesciare il simbolico del razzismo basato sul “noi” e il “voi” molto più di quanto non abbiamo saputo fare noi umani. Il contagio può avvenire ormai ovunque perché è la stessa società della mobilità, del rischio e della prestazione a consentirgli di fare il suo lavoro: contagiare. In altre parole il virus siamo noi e ora sono le popolazioni immigrate sul nostro territorio ad avere paura, a temerci.

Venezia, Campo San Giacometto. Credits: Cecilia Pace

Il virus ci sta dando una lezione anche su quel che chiamiamo comunemente “stile” o “forma di vita” incidendo direttamente sulle nostre abitudini, sentimenti, emozioni. Il panico iniziale degenerato nell’assalto ai supermercati, anche a causa di una pessima comunicazione sul rischio (era il 23 febbraio, su questo rimando a Pietro Saitta) aveva allentato la morsa esattamente nel momento in cui lo spread era aumentato in seguito ad un primo crollo della Borsa. Si comincia a minimizzare, a rasserenare la popolazione, a circoscrivere e a fornire i primi dati sulle guarigioni cambiando repentinamente la scaletta delle notizie.  In quei due o tre giorni di tregua la gente si rilassa, torna a popolare i luoghi pubblici, finisce la ressa nei supermercati, ma soprattutto ricomincia il flusso della mobilità da Nord verso Roma e il Sud come nulla fosse. L’ilarità, giusta e corretta, necessario contraltare della malinconia, impazza sui social, tanto quanto il grande ritorno dei Promessi Sposi di  Alessandro Manzoni o del Decamerone del Boccaccio.

In un’Italia appena uscita dal Festival di Sanremo, Amadeus ci spiega come si lavano le mani, mentre i virologi faticano a mettersi d’accordo tra loro. Burioni appare a molti come il nuovo Achille Lauro della virologia grazie alle sue continue performance televisive, la Meloni impazza nei talk show contro tutto e tutti pensando di ricavare voti financo grazie al coronavirus. Ma in pochi giorni il circo della semi-normalità riprecipita di nuovo. Scuole e Università chiuse, la rabbia dei genitori costretti a stare in casa con i bambini, panico, disorientamento generale, sino all’epilogo finale: tutto il paese è zona rossa, nessuno può più muoversi, nuovi assalti ai supermercati, infine la rivolta negli istituti penitenziari, quasi a volerci dire che ormai non c’è più una linea di confine netta tra il “mondo del fuori” e “il mondo del dentro”. Dobbiamo stare tutti “dentro” e concederci al massimo una corsetta solitaria al parco o la spesa con i guanti in lattice rispettando la distanza e la fila. I personaggi dei romanzi di Ballard o di Atwood adesso siamo noi. L’espressione “link epidemiologico” si sostituisce alla gioia spontanea di incontrare le persone mettendoci nella scomoda posizione di chiedere loro chi hanno visto e incontrato nelle ultime settimane; WhatsApp, i social e il telefono si prendono tutto lo spazio del legame sociale, non possiamo più abbracciare i nostri cari che vivono altrove, non possiamo più andare a cena fuori, il lavoro comincia a sperimentare le sue nuove formule smart con tutta l’annessa retorica propagandata dagli esaltati dell’innovazione permanente (cosa accadrebbe se il lavoro a distanza e la nostra socialità presa in ostaggio dalle tecnologie digitali divenisse la norma dopo questa fase di sperimentazione? Su questo rimando all’articolo di Marco Bracconi). Anche qui siamo dinanzi a un rovescio simbolico.

Gli anziani ci dicono che non vedevano qualcosa di simile dai tempi della Seconda guerra mondiale. Loro hanno saputo sopravvivere a quell’esperienza così atroce riprendendosi la libertà e la voglia di costruire una società libera, ma noi sapremo adattarci al nuovo stile di vita a cui ci costringe il virus? Noi così poco avvezzi al dolore, al sacrificio, al tempo del lutto, alla capacità di stare con noi stessi, noi così incapaci di dirci fragili e vulnerabili, bisognosi degli altri  (su questo rimando all’articolo di Emma Gainsforth), noi sempre distratti, veloci, con le agende da riempire nevroticamente ogni giorno per paura dell’horror vacui, noi soggetti della rimozione e dell’infantilismo perenne, sapremo ripensare in questo vuoto del corpo e del tatto le relazioni, l’amore, la cooperazione e l’amicizia? O sapremo solo cedere all’ansia e alla paura di ammalarci, al limite dotarci di una contingente “responsabilità sociale” che peraltro non abbiamo da almeno un ventennio?

È vero, in un mondo che già pativa così tanto la crisi del legame sociale e delle relazioni (che non è certamente equiparabile alla “movida” utile solo per riempire i propri vuoti bevendo), il virus arriva come una sciabolata, un taglio, un colpo di grazia definitivo, eppure anche qui non cederei allo spirito apocalittico che tende a pervaderci. Dalla psicoanalisi ho imparato che i traumi hanno sempre un fondo ed una traiettoria individuale, riguardano le nostre singole storie ed esperienze, ognuna irriducibile a quella di un altra/o. Ma ho anche imparato che le persone si incastrano e incontrano davvero solo a partire dai loro sintomi, da qualcosa che sfugge alla nostra razionalità, al punto da diventare incontrollabile. I sintomi possono essere malati facendoci sostare a lungo nella sofferenza, oppure possono anche essere prossimi ad un desiderio fatto di sani e semplici gesti di condivisione, un nuovo punto di arrivo in grado di ridurre la complessità, una nuova misura. Ai singoli traumi si reagisce individualmente dopo un lungo e paziente lavoro su di sé. Ma a ben guardare vale la stessa regola anche per i traumi collettivi: ognuno reagisce come può. Se i sintomi dell’uno si incastrano con quelli dell’altro vi può essere relazione, amore, amicizia con gradazioni di profondità diverse, se i sintomi dell’uno si incastrano con quelli dell’altro accomunati dalla dimensione più grande del trauma collettivo, esso può anche fornirci l’occasione di reinterrogarci ancora sul legame sociale, ormai tutto da reinventare. Dopo questo momento shock ed imprevisto resterà solo la rete a tenerci uniti? I trend topic del momento? Se questo momento durissimo ci servirà ad accettare la nostra vulnerabilità, l’importanza di costruire una cultura del limite e della misura, dopo l’emergenza costruiremo una società migliore, ma se ancora una volta agiremo l’arma semplice della rimozione, continueremo a girare attorno al sintomo per sempre e ci ammaleremo tutti, prima o poi, di virus diversi. Il coronavirus come “fatto sociale totale” da questo punto di vista non perdona: lo sappiamo tutti che d’ora innanzi ci sarà per sempre un prima e un dopo molto più dell’attentato alle Torri Gemelle, altro grande momento spartiacque vissuto dalla mia generazione. E allora, come scriveva Deleuze: “Speriamo di diventare degni di quel che ci accade”.

 

Per citare questo post:

Simone A. (2020), Covid-19: il soggetto imprevisto. Rovesci simbolici, emozioni, vita quotidiana. Pubblicato nel blog di Studi sulla questione criminale online, al link https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/03/14/covid-19-il-soggetto-imprevisto-rovesci-simbolici-emozioni-vita-quotidiana/