Riceviamo da Giuseppe Campesi (Università degli sudi di Bari “Aldo Moro”) un contributo alla nostra Call for blog posts Call me COVID19.

Ringraziamo Giuseppe per la riflessione. Buona lettura!

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Foucault al tempo del COVID-19

di Giuseppe Campesi (Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”)

Mentre il paese precipita in una sorta di distopia disciplinare, con i militari autorizzati a pattugliare le strade e il Presidente del Consiglio dei Ministri che governa l’emergenza a colpi di DPCM, dall’Inghilterra apprendiamo che un altro modello di gestione dell’emergenza sanitaria è stato elaborato e si appresta ad essere attuato. Un modello che parte proprio dal presupposto che i costi delle misure di sicurezza messe in atto in l’Italia, e che molti altri paesi si apprestano ad adottare, oltre che socialmente e politicamente insostenibili, sarebbero anche, in ultima analisi, controproducenti. Ciò per due ordini di motivi, uno di natura socio-politica, l’altro di natura epidemiologica.
Sotto il primo profilo, l’argomento è che alla lunga la popolazione comincerebbe a stancarsi delle misure restrittive, che per essere attuate con una qualche efficacia necessiterebbero di un coefficiente di coercizione che nessuna democrazia può forse permettersi. Inoltre, i prevedibili costi economici di una protratta paralisi delle attività sociali metterebbe ben presto in discussione la legittimità di un approccio, che per produrre risultati in termini epidemiologici ha bisogno di una rigida e prolungata implementazione.
Sotto il secondo profilo, l’idea è che lasciando circolare il virus in maniera più o meno controllata tra la popolazione, tenendo al contempo al riparo i soggetti più vulnerabili, si produrrebbe in breve tempo un effetto di “immunità di gregge”, molto simile a quello prodotto dai vaccini. Tale effetto avrebbe il vantaggio di porre al riparo la popolazione da future ricadute.
Non sono certo nelle condizioni di discutere nel merito della validità di tale piano dal punto di vista epidemiologico, ma anche se si trattasse di una ipotesi solida dal punto di vista scientifico è evidente che essa suscita sconcerto soprattutto sul piano etico e politico. Quale il costo in termini di sofferenze e perdita di vite umane che siamo disposti a pagare per ottenere l’immunità di gregge? Ancora una volta ci tocca tirare in ballo Foucault e il suo celebre potere di “far vivere o respingere nella morte”. La crudezza biopolitica della proposta del governo inglese ci mette a disagio ben più del disciplinamento sociale a cui siamo assoggettati in queste ore. Addirittura, auspichiamo che gli altri governi si affrettino a comprimere i diritti e le libertà individuali, seguendo l’indicazione delle istituzioni sanitarie internazionali.
Si è detto che Boris Johnson è stato ispirato da un gruppo di consulenti che si rifà alla ‘teoria del nudge’ elaborata, tra gli altri, dal giurista e politologo Cass Sunstein. Probabile. Tuttavia, se l’approccio adottato in Cina, e a seguire in Italia, richiama immediatamente alla mente la logica disciplinare, quello proposto in Inghilterra ricorda molto da vicino i modelli neoliberali di governo e gestione della sicurezza descritti da Foucault nei suoi Corsi al College de France della fine degli anni ’70. Se la disciplina, “concentra, fissa, rinchiude”, la governamentalità neoliberale della sicurezza “lascia fare”. Non che lasci fare tutto, dice Foucault, ma “a un certo livello il lasciar fare è indispensabile”. Le tecnologie di sicurezza rispondono ai rischi senza pretendere di eliminarli, bensì cercando di “frenarli e regolarli” ma lasciando al contempo che essi producano i loro effetti, “il meccanismo di sicurezza cerca di annullare i fenomeni senza ricorrere alla forma del divieto, bensì favorendo l’autoannullamento progressivo dei fenomeni. Si tratta di arginarli in limiti accettabili, invece di imporre loro una legge che dice di no”.
Non saprei dire in questo momento quale dei due approcci alla gestione del rischio sia preferibile, siamo di fatto oggetto di un colossale e inedito esperimento sociale di massa in cui due modelli, quello disciplinare e quello governamentale, sono messi concretamente alla prova. Entrambe le strategie vengono presentate come espressione di una razionalità tecnico-scientifica, sebbene una più direttamente ispirata dal sapere medico, l’altra dalle scienze economiche e sociali. Non avendo risposte, mi limito a concludere sottolineando come in ogni politica di gestione dei rischi e della sicurezza si nasconda una deriva tecnocratica che rischia di offuscare le questioni politiche di fondo. Se, come suggeriva Luhmann, esiste sia un rischio da assunzione di rischio (modello governamentale), che un rischio da non assunzione di rischio (modello disciplinare), in ultima analisi in materia di politiche di sicurezza non vi sono alternative decisionali prive di costi. Il sapere tecnico offre strumenti utili a calcolare e prevedere in certa misura i costi delle nostre decisioni, ma non può dirci quali siamo disposti ad accettare o meno.

 

Per citare questo post:

Campesi G. (2020) Foucault al tempo del COVID-19. In Studi sulla questione criminale online, disponibile al link: https://wordpress.com/post/studiquestionecriminale.wordpress.com/2103