Urbania (PU) – credits: Luca Biagetti

Pubblichiamo il post Gianpaolo Ornaghi, primo contributo della settimana per la blog serie #CallMeCOVID19 di Studi sulla questione criminale online. Nelle pagine del nostro blog potete trovare tutte le riflessioni arrivate in risposta alla nostra Call e che abbiamo pubblicato fino ad ora.

Ringraziamo Gianpaolo per il post. Buona lettura!

Amic* fragile

Qualche appunto su colpevolizzazione individuale e responsabilità collettiva

di Gianpaolo Ornaghi (dottorando presso l’Università degli studi di Urbino “Carlo Bo” e responsabile per la didattica dell’ISCOP)

Per chi la sa lunga, tutti hanno la vista corta

Abbiamo bisogno di sentirci parte di una comunità, o di vedere confermata questa appartenenza.  Cerchiamo di costruire comunità dal basso perché è il nostro agire politico e perché convint* che solo attraverso il confronto il pensiero e l’analisi possono evolvere, cercare nuove soluzioni, strumenti di lotta inediti; dare luogo a soggetti collettivi sempre più inclusivi che sappiano imprimere una dimensione trasformativa al dissenso.

L’autoisolamento da Covid19 ci porta a considerare e ad esplicitare l’ovvio; che quella comunità è e deve essere fatta anche di corpi oltre che di desideri e che il ripiegamento nel virtuale mostra tutti i limiti noti, che già da tempo sono stati evidenziati.

Questi limiti portano con loro rischi e, in questa situazione, ci accorgiamo che da questi rischi non siamo immuni neanche noi.

Una fragilità in più, che si aggiunge a tutte quelle che sembriamo scoprire ogni giorno (ma che avevamo numerosi elementi per leggere già da tempo).

Il fatto stesso che tanto i media quanto il mondo politico abbiano inquadrato e imposto l’attuale epidemia di Covid19 nei termini di una emergenza ne ha comportato una lettura polarizzata. Da un lato si sono diffusi allarmismo e paura, condizioni riconosciute come necessarie alla pronta disponibilità all’accettazione di misure autoritarie e alla sospensione di alcune delle libertà individuali e collettive, sacrificate sull’altare della “sicurezza”. Una dinamica nota, che porta con sé l’autocensura di comportamenti dipinti come irresponsabili e dannosi e la colpevolizzazione di quanti li agiscono, additati esemplarmente quali responsabili di quella irresponsabilità e, quindi, dell’aggravarsi della situazione. Dall’altro, quant* di noi denunciano da anni l’uso strumentale del frame emergenziale ai fini di perpetuazione degli attuali meccanismi di governance  hanno reagito con la riproposizione di strumenti concettuali noti, arrivando a rifiutare in blocco ogni comunicazione circa la diffusione del virus e, di conseguenza, evitando di discernere tra misure utili al contenimento del contagio e mere strategie di controllo.

Me se si nega all’attuale situazione il carattere potenzialmente inedito, se si continua a costringerlo entro categorie interpretative note, le si nega anche la possibilità euristica, il carattere straniante che potrebbe aprire possibilità trasformative e intersezionali, vista la trasversalità delle preoccupazioni cui da luogo, ma anche le molteplici dimensioni di disequilibrio e di potere che consente di portare alla luce e di affrontare.

Ecco che riflettere sulle «virtù del virus», come fa Rocco Ronchi su “doppiozero” significa cercare ogni interstizio in cui incuneare le lotte, cercando di costruire narrazioni antagoniste in grado di contrastare quelle dominanti e di gettare luce sugli egoismi individuali che altrimenti rischierebbero di disinnescarle, approfittando del fatto che le certezze granitiche che fanno da involucro a quegli egoismi in questi giorni vengono messe in discussione. Che stanno crollando, per molt*.

Una esigenza di superare il sofismo intellettualistico anche di parte del movimento che qualcun* ha già espresso e che ci invita ad aprirci al dialogo e al confronto, senza sminuire o ridicolizzare l’altr*, evitando così di ritrovarci isolat* due volte, confinat* nelle nostre solite case e nelle nostre solite stanze.

La trappola di estendere categorie concettuali utili a campi e situazioni per le quali risultavano stiracchiate ha tradito molt* di noi. Quando poi a questa si è aggiunta la fretta di esprimersi tempestivamente, sulla base di prime impressioni – che magari erano largamente condivise – chi era più attrezzat* concettualmente per argomentare lo ha fatto ed è difficile dire ora, a posteriori, se il silenzio altrui era imputabile alla difficoltà a “mettere in parola” il proprio pensiero, all’autocensura o alla prudenza.

Prudenza che, in alcuni casi, sarebbe stata utile: la rapidità con cui la situazione era destinata ad evolversi non avrebbe certo inficiato l’efficacia di quelle categorie concettuali, ma avrebbe rivelato che la loro applicazione doveva misurarsi con elementi non ancora noti che andavano ad aggiungersi alla complessità dell’esistente.

Quando anche ci si sia espress* in modo incauto, questo non sarebbe un problema: sta nelle situazioni in evoluzione il poter tornare sui propri passi, ri-orientarsi, apprezzare i suggerimenti per affinare la precisione.

Penso a Wu Ming e alla prima puntata del suo Diario virale. Anche se non mi convince l’accusa di «negazionismo epidemiologico» che è stata loro rivolta, dispiace che da parte loro, come da parte di altr*, non ci sia stata negli interventi successivi la capacità di ammettere le iniziali leggerezze.

Se non si riconosce all’attuale una porzione di inedito, ma lo si riconduce al noto, anche attraverso l’analogia, si sarà tentat* di andare avanti per la propria strada, col rischio di dare luogo ad un sofisticato esercizio di stile e di impantanarsi nell’autoreferenzialità.

Problema percettivo e posizionamento: chi sono, dove mi trovo, chi ho intorno

Annotare qualche elemento autobiografico mi sembra corretto proprio per ragioni di posizionamento: la maturazione di quanto scrivo è avvenuta sulla base del mio vissuto personale (in questo caso delle ultime settimane). Non solo: se davvero mi ripropongo di cercare canali comunicativi con la comunità nella quale vivo è necessario che ricostruisca il movimento che dal personale si è proiettato sul globale, proprio nei giorni in cui qualcosa di globale entrava nel mio personale, pretendendo di stravolgerlo.

Questa una delle ragioni per le quali ho apprezzato la forma che Wu Ming ha scelto per il suo Diario virale in più puntate, la prima delle quali per me era arrivata, finalmente, dopo giorni di attesa e di riflessioni su quanto stava accadendo in giro nella settimana ante-23 febbraio.

Dovevo prendere un aereo il 20, ancora la preoccupazione maggiore era che nelle file per l’imbarco ti avrebbero fatto perdere un po’ più di tempo, ma non eravamo già diventati nella narrazione il paese (europeo) degli untori e non si temevano limitazioni all’uscita: eravamo pur sempre in quella parte di mondo che può andare dove cazzo vuole, a patto che abbia i soldi per il biglietto.

Eppure la mattina precedente, il 19, attraversavo a piedi il centro di Pesaro e le civette fuori dalle edicole annunciavano allarmate la disperazione sul fronte delle mascherine: «Coronavirus mascherine esaurite in tutta la città» «Farmacie e negozi presi d’assalto, avventori nel panico».

La lettura di quei titoli è talmente rapida che non è necessario neanche fermarsi: prosegui a camminare, al massimo volti la testa per arrivare fino al fondo, poi la raddrizzi, alzi lo sguardo e lo posi su decine di volti, su decine di corpi. Su nessuno di quei volti si vedeva una mascherina, tra nessuno di quei corpi ci si preoccupava di tenere una distanza di sicurezza. Niente file davanti alle farmacie, nei negozi le merci al loro solito posto: colorate, varie ed allettanti, invitavano all’acquisto per mezzo della loro seriale ripetizione e sovrabbondanza. Tutto a posto.

A ben vedere, anche i toni emergenziali avevano un che di rassicurante: abituato al modo che i media e la politica hanno di trattare ogni questione – che non lo meriterebbe, come l’immigrazione o il terrorismo; ben altro ragionamento viene applicato affinché questioni che meriterebbero davvero urgenza, dal cambiamento climatico alla disintegrazione delle sicurezze che riguardano il lavoro o alle violenze di genere vengano derubricate a non problemi, o problemi di cui ci si può occupare in un “poi” indefinito – trovavo quei manifestini quasi una conferma del fatto che, in fondo, nulla era cambiato.

Mi chiedevo, al più, se leggendoli le persone avrebbero veramente dato seguito al messaggio emergenziale, assiepandosi ad un bancone per accaparrarsi decine di mascherine, senza sapere (ancora) che farsene per davvero. Una di quelle profezie che si auto avverano di cui ha parlato anche Giovanni Boccia Artieri.

Urbania (PU) – credits: Luca Biagetti

Emergeva, però, già un elemento disturbante: la mascherina

Un oggetto di per sé banale, a volte identificato quale distintivo di paranoia o delicatamente ridicolo nella sensazione di sicurezza che può conferire a dispetto della sua reale utilità, ma con il quale avevo dovuto familiarizzare nei mesi, anzi, negli anni che avevano preceduto la morte del padre della mia compagna, dopo una lunga lotta contro una malattia debilitante che lo aveva precipitato in una immunodepressione gravissima.

Avevo dovuto ricalibrare il mio abituale pressapochismo in questo genere di cose con le esigenze, tutte particolari, di una persona e di un corpo divenuti estremamente fragili. Mascherina, cuffia; igienizzazione frequente delle mani erano divenute la condizione necessaria per la relazione.

Il problema non era più (tanto meno per me per cui non lo era mai stato) «cosa mi posso prendere?», ma «cosa posso trasmettere?». Una cosa alla quale, ad ogni buon conto, avevo già cominciato a pensare a scuola.

In quei mesi siamo cresciuti tutt* un pochino. Abbiamo fatto i conti con tante cose.

La prima, naturalmente, è che la sicurezza totale, la totale asetticità non sono possibili e che nei comportamenti di ciascun* di noi, quando eravamo insieme, si mescolavano misure profilattiche e piccoli gesti apotropaici: che non avevano incidenza diretta sulla possibilità di infezione ma che rassicuravano chi li metteva in pratica. Erano quindi meno importanti? Andavano negati ai famigliari più stretti (e in un momento emotivamente delicato) in nome dell’irrilevanza di fronte a quella scienza epistemologicamente monolitica incarnata dall’ormai celebre, e per certi versi paradigmatico, virologo Roberto Burioni?

Ma anche il SSN non mancava di insegnarci qualcosa. O, per lo meno, il fantasma che ne rimane dopo anni e anni di smembramento neoliberista cominciato con la riforma del titolo V della Costituzione. In un contatto così ravvicinato con la fragilità emergevano le contraddizioni tra efficienze (retaggio ancora sistemico), attenzioni alla persona (affidate ai e alle operatrici, pur avendo sempre un correlato con l’impostazione del sistema) e disfunzionalità, incapacità ricettive, mancanze strutturali generate da miliardi di tagli e milioni di cazzate, tipo l’efficientismo di una sanità fondata su aziende che devono produrre utili, tagliando tutti quelli che – in maniera discutibile anche in base a questo ragionamento, tra l’altro – vengono considerati sprechi, costi-non-investimenti.

E sì che eravamo a Bologna. Ed eravamo fortunati, ad essere a Bologna.

Comunque, si parte: la sera del 20 siamo a Berlino. Viaggio con Alessandro, che ha un amico che lì ci abita e che ci ospiterà: entrambi sono di Codogno. In serata si diffonde la notizia che il primo paziente in Italia è proprio di lì. Nella piacevolezza della compagnia, ogni tanto ci si butta un occhio, si prova a seguire la cosa.

C’è un che di divertente, quasi: «la mia zona si conquista l’apertura della stampa nazionale…non credo fosse mai successo!»; ma c’è anche un padre medico, che dovrà fare il tampone perché probabilmente già venuto in contatto con qualcun* che potrebbe aver contratto il virus. Ci sono amici a parenti, gente che si conosce.

C’è anche un “paziente 1” descritto come uno sportivo, un maratoneta: l’immagine di quello che dovrebbe essere in salute, che “se si ammala lui, allora può toccare a chiunque” (che si rivelerà poi un ragionamento che tradisce due errori: il primo, non considerare la possibile intempestività degli interventi di fronte a qualcosa di ignoto; il secondo, il non considerare che alcune tipologie di attività sportiva possono indurre momenti di depressione immunitaria e, quindi, aumentare la fragilità).

C’è da tornare a Bologna con un documento su cui è scritto “Codogno”.

In aeroporto tutto fila così liscio da confermarci, in quel momento, nel nostro sospetto circa il solito, noto esasperare allarmisticamente i toni, aumentare l’insicurezza percepita attraverso lo spauracchio agitato di qualche nuova bega uscita dal vaso di Pandora che ci invita a sacrificare un’altra porzione della nostra libertà individuale in nome della “sicurezza”. Anzi, meglio (che messa in questi termini potrebbe essere una questione buona anche per la narrazione del solipsismo neoliberista): si adotteranno misure per la limitazione delle libertà collettive, per limitare la nostra capacità di fare comunità, produrre lotte, anelare cambiamenti in nome di un buonsenso – o della responsabilità sociale – che finisce per divenire dispositivo di autocensura e di autogoverno.

C’è, però, un però.

Saranno quelle mascherine? O un parente medico, che, nel dirsi tranquillo, specifica che a preoccuparlo di più non è tanto la possibilità di rimanere contagiato quanto quella di essere veicolo di trasmissibilità?

Usciamo per bere una cosa, sono nervoso ma non per il virus. La Bolognina ci conferma nella nostra sensazione di sostanziale ordinarietà e il giorno dopo possiamo condividere, della prima puntata del Diario Virale, un sacco di cose. Sicuramente il tramonto rosso infuocato fotografato da WM1 che ha dipinto di magia lo spegnersi del giorno su Bologna.

Anche in quella prima puntata del Diario, c’è un però: all’interno di un ragionamento largamente condivisibile sulla contraddittorietà dei messaggi e delle misure in atto in quel momento, che non potevano non aprire ad una riflessione sulla governance e sulle dinamiche biopolitiche che evidenziavano, si commetteva l’errore di trattare la questione anche dal punto di vista eziologico.

Il noto: la crisi riguarda tutt*, ma il capitalismo non paga mai

In realtà, la potenzialità analogica della questione coronavirus appariva evidente a molt* di noi ed era giusto invitare all’attenzione in vista del caos che si intravvedeva all’orizzonte.  La comunicazione, le disposizioni e le misure pubbliche già mostravano un livello di incoerenza, contraddittorietà e, di conseguenza, di inefficacia evidenti.

Una incoerenza che si sarebbe trascinata a lungo: dopo una prima fase di vero e proprio catastrofismo – in cui i sovranisti si sbracciavano perché «si chiudesse tutto» (che, a ben vedere, è l’unica misura che riescono a proporre, a prescindere dalla questione in oggetto) e si verificavano episodi di razzismo in tutta Italia – il “capitale” deve avere bussato a qualche porta, chiedendo conto di una comunicazione che si preannunciava foriera di perdite preoccupanti. A maggior ragione perché le prime regioni interessate erano quelle che la vulgata vuole essere le “locomotive” del paese. Sono seguiti giorni di ridimensionamento programmato – e altrettanto poco credibile – in cui segretari di importanti partiti ritenevano una misura di responsabilità andare a farsi gli spritz sui Navigli. Fino a che il teatrino politico-mediatico ha dovuto fare i conti con la consistenza del problema e lo ha fatto con una nuova inversione a “U”.

Contraddizioni che, col senno di poi, possono dirsi criminali, perché tanto la diffusione del virus quanto la diffidenza nella ricezione degli appelli da parte di molt* devono molto a quei primi giorni. Una incoerenza non solo episodica, circostanziata.

Una contraddittorietà sistemica, anzi, che appare più evidente in una situazione che muta con questa rapidità: non che gli esponenti del mondo politico siano, in generale, meno incoerenti di quanto non lo siano stati nelle ultime settimane. Non che il mercato si muova con una linearità maggiore. Ma nell’abituale oscillazione delle loro esternazioni, dei suoi ri-orientamenti, i tempi sono un po’ più dilatati e la labilità della memoria media sfuma la percezione di questa mancanza di sostanza. Quale che sia.

A questo proposito, la differenza tra “teorie del complotto” e visione critica del sistema rappresentato dal capitalismo finanziario potrebbe essere espressa dalla questione relativa ai ciclici ritracciamenti operati dai mercati. Per intenderci, quel fenomeno per il quale titoli azionari forti e in costante crescita – che spesso coincidono con le aziende che fanno della loro forma produttiva una vera e propria pratica egemonica sui comportamenti individuali, come Amazon o Google –  vengono “svalutati”, apparendo più a buon mercato di quello che un’analisi dei “fondamentali” (per usare l’espressione degli analisti) presupporrebbe.

Questi ritracciamenti hanno lo scopo di muovere un mercato che, se nei fatti è quantomeno oligopolistico, per riuscire nella sua crescita deve dare per lo meno l’impressione di non esserlo. Diversi analisti sostenevano da tempo che, dopo un 2019 in forte crescita, sarebbe stato necessario trovare un pretesto per poterne attuare uno importante.

Ecco: ritenere che il Covid19 sia un pretesto predisposto ad hoc a questo scopo è complottismo e si porta dietro quel portato deleterio connaturato ad ogni teoria del complotto, quale la proiezione su un indistinto e indefinibile “altro” tentacolare e impalpabile la responsabilità oscura di quanto avviene a nostro discapito, disinnescando tanto la possibilità di lettura del reale e dell’esistente – i rapporti di potere e di sfruttamento, la natura e la forma delle relazioni sociali nel dominio capitalista – quanto quella di agire lotte orientate in senso trasformativo.

Un’analisi delle funzioni sistemiche del capitalismo finanziario, invece, mostra come questo potrà sfrutterà l’attuale situazione per operare quel ritracciamento di cui abbisognava. Questo avverrà in tempi più lunghi, naturalmente, e questa non immediata evidenza porta alla fallacia che Wu Ming evidenzia nella terza puntata del Diario, cioè che confondere «l’”economia” nella sua sua forma contingente con il capitalismo come sistema» equivale a scambiare «il “tempo che fa” con il clima». Tanto che i soliti analisti che invitano entusiasti all’ottimismo i loro investitori più importanti sostengono che, se si manterranno le previsioni fondate sui precedenti (Sars, Influenza suina, Zika, Lehman Brothers), dopo questa flessione – di cui ancora non si conosce la durata – ci saranno crescite importanti.

Che poi queste flessioni, interpretate come deterministiche necessità del “sistema”, nella realtà si traducano in un bagno di sangue per chi perde lavoro, sicurezze, condizioni di vita a quel sistema non interessa nulla: la fiducia del capitale è che, per qualcuno, si tornerà a stare allegri.

A pagare, per il momento, lavoratori e lavoratrici lasciat* a casa senza reddito. Ma anche quei lavoratori e quelle lavoratrici che a lavorare ci devono andare (ché la produzione mica si può fermare, eh!) e che lo fanno a loro rischio e pericolo, vivendosi tutta la pesantezza del rischio strombazzato da ogni dove e dovendo affrontare, timbrato il cartellino, la schizofrenia dell’invito a murarsi a casa. Dove magari hanno dovuto lasciare i bimbi – facile, con scuole e asili chiusi – o dove tornare dopo esserli andati a riprendere dai nonni cui si sono vist* costrett* a lasciarli.

E, naturalmente, le necessità di contenimento dell’epidemia non consentirà loro neanche di potersi ritrovare per mettere in atto forme di denuncia, protesta, lotta per i nuovi dispositivi imposti a meno di non volersi comportare da pericolosi irresponsabili, diffondendo il contagio.

Salvatore Cannavò su Jacobin mette in evidenza perché saranno i lavoratori e le lavoratrici a subire l’attuale situazione. Fino a che, passata la paura – con la scia di macerie umane e sociali che si lascerà alle spalle – il banchetto finanziario riaprirà per i suoi accoliti.  Oppure no?

Su questo infallibile ottimismo dei mercati e del capitalismo si potrebbe discutere, nella misura in cui volessimo riconoscere l’inedito in una situazione che ci ostiniamo ad interpretare come nota. Ma è un dato che questo ragionamento vada esteso, affinché si possa contrastare quella narrazione tossica per la quale staremmo «tutti sulla stessa barca»: no, le perdite dei grandi capitali investiti non somigliano alle perdite che subiscono e subiranno lavoratori e lavoratrici. Sono come mele e pere che, secondo un adagio forse abusato tra chi lavora nella scuola, non vanno sommate.

Teniamolo a mente, quando il padrone ci chiede di fare un sacrificio, decurtarci una parte dello stipendio o una giornata lavorativa «nell’interesse generale».

Mele o pere che siano, domani non divideranno certo i frutti di una possibile crescita con noi.

Tanto che ad oggi, 13 marzo, i lavoratori e le lavoratrici se ne sono accort* e gli scioperi si diffondono in tutta Italia, evidenziando ancora di più la criminosità di non aver operato in modo coerente, cedendo alle pressioni.

L’ignoto: se non ora, quando?

Al netto di tutto questo, in quei primi giorni ci si è spint* oltre, includendo valutazioni di natura eziologica nelle proprie argomentazioni, sostenute da una quantomeno improvvida lettura di dati ancora scarsi: molt* di noi erano convint* che il virus si manifestasse più o meno come un’influenza stagionale, che mettesse a repentaglio la vita dei soli anziani e di quant* avevano patologie pregresse ecc. Convinzioni rafforzate, occorre dirlo, dalla comunicazione ufficiale, che mandava messaggi per lo meno ambigui (si veda Gabriele Proglio).

Su Il Manifesto del 26 febbraio usciva un contributo di Giorgio Agamben destinato fare discutere. Il filosofo andava giù duro sulla stessa legittimità dell’allarme sanitario, indugiando su una riflessione – per nulla nuova – sul disegno biopolitico che stava dietro alle misure in arrivo. Di nuovo intempestività, unita in questo caso alla ristrettezza di battute connaturata ad una pubblicazione su di un quotidiano.

La discutibilità del pezzo che ne usciva non aveva bisogno di dati di natura statistica o eziologica per emergere, né dei quotidiani bollettini divulgati dal duo Borrelli-Brusaferro: Davide Grasso il giorno dopo ne pubblicava una centrata analisi, denunciando la fallacia di alcune associazioni e analogie che in effetti risultavano evidenti. Ancora mele e pere.

Parlare delle misure di profilassi riguardanti una diffusione di contagio nei termini delle misure repressive in materia di terrorismo non è corretto. Un discorso diverso si può fare tra terrorismo e immigrazione, o tra misure repressive di stampo criminologico e disciplinamento urbano in nome del fittizio, inconsistente ma al contempo trasversalmente sostenuto costrutto di decoro, come ha mostrato Wolf Bukowski ne “La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro”. Un virus non è un essere senziente, che orienterà le sue scelte in relazione alle misure di polizia in atto.

Ancora, sulla terza puntata del Diario, Wu Ming tornava su questa analogia, legando le misure di repressione e di stato di polizia che avevano seguito in Francia gli attentati del 2015 alla questione epidemia: gli attentati, l’ISIS stesso avevano una loro concretezza – esattamente come l’epidemia. «Ma l’emergenza terrorismo era una superfetazione, era tutto il “di più” costruito sul pericolo reale». Inconsistente, dunque: una costruzione strumentale dalla quale non solo si poteva prescindere, ma era doveroso farlo, per non cadere nell’imbarbarimento dei rapporti sociali che tale costruzione avrebbe comportato. Tutt’altra questione rispetto al contagio, viene da dire: riversarsi nelle piazze e nelle strade, stare insieme, riappropriarsi degli spazi in maniera collettiva aveva nell’un caso la funzione di debellare e scongiurare il rischio evocato, nell’altro di diffonderlo, ad esempio.

Urbani (PU) . credits: Luca Biagetti

La libertà è una forma di disciplina

Da più parti si è parlato dei tagli mostruosi al Sistema Sanitario Nazionale – Sistema Sanitario Nazionale che, per certi versi, come fa notare Gaia Benzi su Jacobin si fonda proprio su quelle misure di biopolitica di cui dobbiamo l’individuazione a Foucault –, alla riduzione del personale e dei posti letto; alla soppressione di molti presidi territoriali, in una parabola discendente che non sembra dare segnali di inversione all’orizzonte. La regionalizzazione, poi, non ha fatto che aumentare il disequilibrio nella distribuzione interna di risorse già drasticamente ridotte, generando diseguaglianze intollerabili e, di fatto, perpetrando la discriminazione territoriale e geografica, che ha storia lunga nel Paese, alle già note e consolidate discriminanti (di classe come di “regolarità” della propria posizione di fronte alla legge).

In fondo, a generare il danno collaterale della non credibilità degli appelli istituzionali non è stata solo la loro incoerenza temporale, diacronica, ma anche la loro disomogeneità spaziale, sincronica: ognuno andava dove gli pareva, con sistemi sanitari diversi, che rispondono a consigli regionali diversi. E con economie locali e interessi espressi da soggetti differenti, che pretendevano che quegli appelli e quelle misure tenessero conto delle esigenze della produzione e del profitto.

Si parlava la settimana scorsa con un amico, con un compagno, di come, tra le contraddizioni di un paese che chiude le scuole ma non blocca la produzione, le stesse direttive caotiche e irresponsabili non si preoccupassero di adattare il numero dei “tamponi” per la diagnosi disponibili al numero delle richieste, ma di adattare i criteri di somministrazione alla disponibilità dei tamponi. Dal suo punto di vista – che seguiva l’interpretazione di Agamben – anche aumentare il numero delle diagnosi era, però, di scarsa utilità, se non foriero di effetti pericolosi: «a cosa serve sapere che sì, hai il virus, se poi (si diceva ancora, era il 27 febbraio) molti lo hanno già contratto e magari superato, in modo del tutto asintomatico? Genereresti solo preoccupazione, facilmente traducibile in paranoia».

Certo, se non avessi possibilità di contagiare a mia volta, non mi interesserebbe sapere se sono positivo o meno e attenderei anch’io lo svolgersi degli eventi, nella consapevolezza che se dovessi presentare i sintomi sarebbe allora il momento di muovermi. Sempre a patto di trovare posto in quelle strutture già terribilmente compromesse dalle scelte politiche prima, dall’incremento vertiginoso del numero di casi poi – ma questo, per correttezza, non lo sapevamo al momento della chiacchierata e si trattava di proiezioni ipotetiche.

Proiezioni che, però, possono essere fatte a partire dal paradigma interpretativo che ci muove nel considerarci comunità. Un terreno scivoloso, che vede non contrapposte, ma ugualmente interessate, libertà individuale e deresponsabilizzazione collettiva. Se sono un portatore, anche asintomatico, sono potenzialmente occasione di contagio. Di soggetti, di corpi cui non ho il diritto di chiedere di rispondere al virus come ho la fortuna di fare io.

La questione della dignità e del diritto alla sopravvivenza, da esercizio di pensiero e modello analitico, sta diventando una drammatica realtà.

Il numero di posti letto, di rianimatori e respiratori non è un dato assiomatico, come non si finisce mai di ricordare: è un dato storico, determinato da precise scelte, avallato da pratiche discorsive che negli ultimi anni sono divenute egemoniche e oggi politici e media sembrano giocare guerre di cifre in cui queste non possono essere ridiscusse. Dati trattati come ontologici, dai quali partire per ragionamenti che diventano, inevitabilmente, escludenti. Su questo, Marco Revelli su Il Manifesto dell’11 marzo, che addita le precise responsabilità dei decisori in relazione all’inumano dilemma di fronte al quale, in diverse di quelle strutture, si è già arrivati a dover prendere decisioni terribili: chi dentro, chi fuori; chi merita di sopravvivere e chi lo merita meno.

La brutalità della scelta, la terribile ingiustizia di dovervi anche solo ricorrere, ci invita ad aprire uno squarcio sull’esistente: se non cogliamo questa occasione, nella sua accezione inedita, per tornare al contrattacco su questi temi, buttiamo un’opportunità.

A questo proposito, circa la «narrazione abilista dell’emergenza», Boccia Artieri, che riporta una potente riflessione di Chiara Bersani.

Nel nostro egoismo possiamo anche voltare lo sguardo dall’altra parte, rassicurat* dal fatto che il dilemma, la scelta sono nelle mani dei sanitari e non non nelle nostre – unico momento in cui la deroga tecnocratica ci solleva, invece che indignarci; ma la nostra società opera una scelta sulla dignità e sul diritto alla salute e alla vita stessa anche nei contesti ordinari. E di questi siamo responsabili tutt*, e responsabile è il mondo politico.

È quanto emerge dalle rivolte nelle carceri, luoghi in cui confiniamo una umanità cui non riconosciamo una umanità piena, che in questi giorni si è vista abbandonata per l’ennesima volta, indegna delle misure profilattiche e sanitarie che venivano dipinte, per coloro che stano “fuori”, come imprescindibili e inderogabili: Stefano Anastasia, Portavoce dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e Garante per le Regioni Lazio e Umbria, ha segnalato quelle contraddizioni e le associazioni che lavorano a contatto con i detenuti e le detenute si muovono per evitare che, ancora, quei muri e quelle sbarre fermino gli sguardi ancora prima dei corpi e che si possa procedere ignorando e dimenticando quant* rimangono nascost* alla nostra vista.

Ma, di nuovo: saper cogliere le opportunità interstiziali significa anche riconoscere che, negli ultimi giorni, si è ricominciato a parlare di clemenza e di amnistia. Che la questione presenta diverse sfaccettature; che le prospettive differiscono tra le stesse associazioni e che, chiaramente, anche in campo amico si possono trovare posizioni che non condividiamo fino in fondo (penso al contributo di Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica): ci sono rischi nel dividere la popolazione carceraria tra maggioranza disciplinata e pochi facinorosi ai quali potrebbe essere imputata la non-volontà di ascolto da parte delle istituzioni – quando sappiamo che le questioni non sono così lineari. Tuttavia, troppo spesso si rischia di ostentare “militantemente” una contraddizione in un passaggio di una riflessione (come potrebbe essere questo) per rigettare tutto il resto, con quanto di pregevole e di utile all’allargamento del discorso contenga.

Non so dei vostri buoni propositi, perché non mi riguardano

Calibrare le misure di validità collettiva sui soggetti più fragili è una questione che chi lavora nella scuola si è dovut* porre negli ultimi anni. Quella scuola in cui la vulgata neoliberista ha preso piede, ridefinendone frames e paradigmi orientativi, facendone un servizio ad uso e consumo dell’utenza, sottoposta alle stesse leggi del mercato (concorrenza tra gli Istituti e al loro interno, valutazioni volte a stabilire gerarchie e competitività, formulazione dell’offerta formativa “personalizzata”, come fosse una propaggine dell’on demand che oggi non può non caratterizzare un pacchetto concorrenziale sul mercato).

Che il paradigma neoliberista possa dirsi egemone non sta tanto nella sua fortuna presso i decisori. Questo, a ben vedere, lo renderebbe eventualmente dominante. Il tratto egemonico è dato, per dirla con Gramsci, dalla sua capacità di contaminazione, dalla sua parziale introiezione da parte dei soggetti subalterni. Che possono criticare questa o quella misura, ma non mettendo in discussione il frame nel suo complesso. L’elefante di cui parlava Lakoff (Non pensare all’elefante! Come riprendersi il discorso politico. Le tecniche per battere la destra e reinventare la sinistra, a partire dalle parole che usiamo ogni giorno, Chiarelettere, 2019).

E la libertà liberisticamente intesa ha portato a discutibili battaglie da parte delle famiglie (come quella per il “panino portato da casa”) che a ben vedere andavano nella direzione di sottrarre l’apporto di ciascun* alle lotte per ottenere qualcosa di migliore per tutt*, occupandosi del proprio spazio privato.

In questo senso poteva essere letta anche la questione legata alle vaccinazioni. Che poi, per l’autoritarismo con il quale il governo aveva deciso di intervenire, è diventata subito uno scontro frontale tra obbligo e libertà. E che, messa in questi termini, faceva pendere l’ago della bilancia in un certo senso.

Ma a guardare più in profondità, la libertà evocata in quell’occasione non era a costo zero: il prezzo veniva implicitamente scaricato sui soggetti più fragili, sulle persone più deboli. Su quant* non potevano, per ragioni diverse, affrontare le vaccinazioni, né una delle patologie che attraverso queste si tentava di fronteggiare. E allora, che si trovassero una soluzione adeguata, ché il problema, in fondo, era il loro.

La scienza (davvero?) non è democratica

Il dibattito risultò condizionato, oltre che dal decisionismo autoritario del governo, dall’assunzione da parte degli “obbligazionari” di Roberto Burioni a ruolo di campione della causa, con tutto il suo portato di arroganza e disprezzo per quanti non condividono il suo accesso alle Verità della scienza. E con le sue convinzioni circa l’obiettività dei fatti, la loro non-sucettibilità al confronto: una posizione in linea con quella espressa in conclusione del comunicato congiunto sull’emergenza coronavirus del Patto Trasversale per la Scienza (che, rigettando l’idea che potesse esserci disaccordo tra gli scienziati, motivava  definendo questi ultimi «persone che sanno dove iniziano i fatti e dove finiscono le opinioni») per parte mia inaccettabile.

La questione sulla non democraticità della scienza è in netta contraddizione con questioni epistemologiche importanti: dice poco sulla scienza e di più, probabilmente, sull’idea di democrazia di chi la sostiene. Senza considerare che tale pretesa superiorità si muove in due direzioni: una, interna ad un medesimo ambito culturale, che vorrebbe operare una demarcazione trasversale tra chi sa e chi no, andando a definire – o a rafforzare – una precisa gerarchia (tecnocratica); l’altra riguarda in modo comparativo, ma non paritario, sistemi culturali – ed epistemologici – differenti, allo scopo, anche in questo caso, di stabilire e rafforzare un ambito culturale e scientifico (con le sue dinamiche interne, con i suoi criteri di attribuzione di legittimità e di credibilità) a scapito di tutto ciò che può essere confinato in un indefinito “unicum folklorico”.

Ma scagliarsi contro una parte additandone la concordanza (accidentale peraltro, cioè relativa alla necessità della vaccinazione, e non sostanziale, cioè riguardo all’approccio coercitivo o alla modalità delle somministrazioni) con le posizioni di un simile personaggio ha la medesima validità argomentativa del tipo che risponde alla dichiarazione sulla natura anche politica della scelta vegetariana di qualcuno dicendo: “Anche Hitler era vegetariano, come la mettiamo?”

La questione della profilassi, in quel caso come ora, non riguardava solo una misura di prevenzione per sé, per quanto la propria salvaguardia sia un obiettivo più che legittimo. Entravano in gioco le interconnessioni tra libertà, autorità e responsabilità.

Derubricare una riflessione sulla responsabilità sociale a mera introiezione di forme di autocensura e di biopolitica, significa, a mio avviso, essere in malafede. Non si parla degli appelli ai comportamenti individuali che finiscono per iper-responsabilizzare i singoli – si pensi agli inviti a modificare i propri stili di vita e di consumo (modificare, chiaramente, mai limitare…) per far fronte al cambiamento climatico – e spostare l’attenzione da chi o cosa rappresenta davvero il problema e detiene la responsabilità della questione.

La responsabilità sociale alla quale faccio riferimento non ha nulla di intimo o di individuale: è semmai espressione della necessità di stabilire criteri di convivenza e di organizzazione comune. Che non possono essere tarati, questi sì, sulle “libertà individuali” – neoliberisticamente intese come capricci – ma sulla misura della fragilità.

Siamo fragili. E non da ora

In questa direzione, ad esempio, “il virus” porta all’attenzione collettiva diverse forme e esperienze di fragilità; in questo modo abbiamo l’opportunità di evidenziare come queste non siano legate all’epidemia, ma stiano nella società, anche se spesso marginalizzate e ridotte al silenzio. Disabilità, irregolarità, privazione della libertà personale, violenza domestica e di genere ci ricordano che la extra-ordinarietà della situazione non può essere affrontata prescindendo dalla complessità e che una misura non può essere ugualmente valida per tutt*, perché non tutt* partiamo dalla medesima condizione.

L’invito a restare a casa, rilanciato in campagne a loro volta virali (!) non deve far dimenticare coloro che una casa non ce l’hanno, o i tanti e, soprattutto, le tante per cui quella casa è nella quotidianità il luogo della paura, della sopraffazione, del confino.

Ma se la fragilità, tanto la propria quanto quella riconosciuta nell’altr*, diventa occasione per costruire empatia; se ci mette in condizione di cercarci e costruire comunità, perché consapevoli che la si può affrontare solo insieme, relazionalmente, sostenere che chi finora ha sempre mantenuto il senso critico questa volta avrebbe abdicato per il timore di ammalarsi, come è stato fatto, è un atteggiamento inutile e maschio.

Gli agenti patogeni non si fermano con i muri. Ma se la loro circolazione è ineluttabile, le modalità per affrontarla non hanno nessuna forma di inevitabilità: sono storicamente e politicamente determinate, arbitrariamente decise.

Dobbiamo cercare di incidere su quelle, tenendo a mente che le situazioni critiche possono esaltare sia risposte egoistiche che illuminare connessioni e innescare solidarietà. Se il rischio è la disumanizzazione dei rapporti, lottiamo per restare uman*. Oggi che la nostra fragilità ci ripiomba, tutt*, nella nostra umanità.

Viaggiano ansie nuove

e sempre nuove crudeltà.

 

Per citare il post:

Ornaghi G. (2020) CAmic* fragile. Qualche appunto su colpevolizzazione individuale e responsabilità collettiva. In Studi sulla questione criminale online, disponibile al seguente link.