Pubblichiamo il post di Roberto Saleri, per la blog serie #CallMeCOVID19 di Studi sulla questione criminale online. Nelle pagine del nostro blog potete trovare tutte le riflessioni arrivate in risposta alla nostra Call e che abbiamo pubblicato fino ad ora.

Ringraziamo Roberto per il post e buona lettura!

Il diritto a sapere. Aldilà dei numeri, da Seveso a oggi

di Roberto Saleri

10aprileFoto: Corteo Basta Veleni, Brescia, 10 aprile 2016 da AlterNative

È difficile trovare la lucidità per scrivere e raccontare l’altalena di emozioni provate in queste ultime settimane. Voglio però, attraverso questo contributo, rispondere all’appello di chi non sta rinunciando a costruire una narrazione che tenga conto della complessità dei fenomeni in atto. Per dare il mio contributo, e anche per esorcizzare “il male”, utilizzerò quegli strumenti critici che mi hanno aiutato in questi anni a superare degli stati d’animo che trovo simili a quelli vissuti in queste settimane, legati alla biografica difficoltà di vivere in uno dei territori più contaminati d’Europa, la provincia di Brescia, e cercando, con tutte le difficoltà del caso, di trasformare esperienze di malattia e di lutto in proposta politica. Tali strumenti critici li ho approfonditi e discussi in un progetto di divulgazione dei temi cari all’ecologia politica, che porto avanti da alcuni anni assieme ad altre persone, con le quali ho condiviso percorsi di militanza e ricerca ai tempi dell’università.

Parto quindi, nelle considerazioni che sto per fare, dal punto di vista, soggettivo e molto parziale, di chi si trova da diversi anni impegnato nel contrastare e soprattutto nel far riconoscere un grave problema di salute pubblica (un’emergenza direi in altri contesti). Ho sempre concentrato il mio intervento politico attorno a queste problematiche, cercando di mettere a critica le dinamiche di potere che si celano in quella che potremmo definire “percezione del rischio ambientale” [1], sottolineando sempre come l’accettazione di un determinato grado di contaminazione si giochi su un complesso intreccio di narrazioni (la critica  ecofemminista è fondamentale nella comprensione di ciò). In particolare, parlo del rapporto tra il ruolo degli esperti, intesi anch’essi come dei portatori d’interessi, e i loro strumenti conoscitivi, tra i quali ovviamente l’epidemiologia ufficiale, ma non solo. La critica, in generale, si riferisce a tutte le scienze “dure” e, soprattutto, al mito scientista e molto neoliberista per il quale la tecnologia sarà in grado di risolvere tutti i problemi che invece ha generato e continua a generare col suo dissennato utilizzo (l’idea che tutto possa essere bonificato o, al massimo, compensato monetariamente). La consapevolezza nasce anche dal riconoscimento che, nei modelli probabilistici di indagine della diffusione di malattie legate all’inquinamento, ci sia una profonda affinità coi modelli economici neoliberisti, anch’essi probabilistici, di gestione del rischio. Mi spiego meglio: attorno alla formula “non statisticamente rilevante” (chi ha il diritto di stabilire quanto sia rilevante la perdita di una vita o il contrarre una malattia?), con la quale quasi tutte le indagini epidemiologiche richieste da decine di comitati liquidano gli aumenti certificati di determinate malattie, si gioca una partita cruciale nel definire prioritario o meno un determinato intervento di bonifica, nel determinare conveniente o meno un certo tipo di produzione o, più in generale, accettabile o no la convivenza con un certo modello economico di sfruttamento di un territorio.  Nella speranza di fornire nuovi strumenti cognitivi alle lotte “ambientaliste”, che ormai coinvolgono migliaia di persone in un territorio martoriato come quello bresciano, nei tanti tentativi di coordinamento nati tra le decine di comitati che si occupano di salute e ambiente, dalla vecchia rete antinocività all’attuale tavolo di lavoro “Basta Veleni” per fare dei nomi, in questi anni mi sono avvicinato a quelle figure mediche che si sono messe al servizio delle comunità colpite dall’inquinamento e che hanno messo a critica i modelli conoscitivi sui quali si sono formati. Un esempio di ciò è proprio la nascita, in seno ai movimenti per la giustizia ambientale di tutto il mondo, della cosiddetta epidemiologia popolare. Si tratta di un modello d’indagine della diffusione delle malattie basato non tanto, o non esclusivamente, su modelli statistici, ma piuttosto basato su tecniche narrative che sappiano portare a galla il legame esistente tra l’esposizione a determinati agenti contaminanti e l’insorgere di determinate malattie, provando a riscattare così storie personali o di comunità dalla freddezza impersonale e dis–umana dei numeri e delle statistiche. Riguardo a questo approccio esistono degli esperimenti attivi nella Terra dei Fuochi campana. A Brescia ho constatato con mano la difficoltà nel portare avanti questo tipo di approcci conoscitivi legati alla percezione dell’inquinamento (“roba da intellettuali” rispetto alla certezza dei numeri, delle statistiche e di una scienza fatta in camice bianco). Per chi volesse approfondire il tema e ha la fortuna di poterlo fare, consiglio una visita virtuale a questo sito, interessantissimo progetto europeo lanciato da ricercatori italiani in Svezia.

Tornando alla cronaca di queste giornate, tra i tanti articoli e riflessioni lette di questi tempi, mi ha colpito in particolare un commento pubblicato da Gianni Tognoni su Altreconomia, ormai il 3 marzo scorso. Si tratta del commento di chi è stato per lungo tempo ricercatore in campo clinico – epidemiologico e ora ricopre il ruolo di segretario generale del Tribunale permanente dei popoli. Si rammaricava di come “un grave problema di salute pubblica” si fosse trasformato in uno scenario da “protezione civile” attraverso l’ “invasività aggressiva di decreti, raccomandazioni, talk show, cifre, previsioni, misure”. Ammoniva, inoltre, che l’aver trasformato la questione del Covid – 19, un problema sanitario grave, da “sicurezza nazionale”, ma sufficientemente noto, in una guerra ad un “nemico misterioso”, con tutto il corollario di immaginari legato a “sicurezza” e “paura” ad esso connessi, togliesse di fatto alla medicina la possibilità di farsi portatrice di un’informazione sul rischio e sul pericolo che fosse “chiara e generatrice di comportamenti razionali”. Lo faceva con la consapevolezza di chi era stato in prima persona impegnato nella commissione tecnica che aveva quotidianamente lavorato all’epoca del gravissimo incidente industriale di Seveso: nella “torrida estate” del 1976, per la prima volta, l’Italia e l’Europa fecero la conoscenza degli effetti devastanti della diossina prodotta segretamente dagli stabilimenti dell’ICMESA. L’incidente, che coinvolse migliaia di persone, avvenne in un momento nel quale l’Italia intera era percorsa da un’altissima conflittualità sociale. Venne istituita una commissione di esperti reali, non “concordi a priori”, ma scelti per la “chiarezza di posizioni” e la provata “indipendenza”, disponibili al confronto pubblico, ma col “potere di intervenire sulle informazioni fuorvianti”. Fu un momento drammatico nel quale la scienza e le istituzioni, a fronte dell’enorme problema sanitario generatosi, erano chiamate a dare risposte fondate sulla realtà, arrivando addirittura a gestire in maniera pubblica l’interruzione di gravidanza nelle donne certamente contaminate (in questo senso il lavoro della commissione fece da precursore alla successiva legislazione sull’aborto in Italia). Il punto fondamentale era quello di considerare, inoltre, le persone e le comunità esposte al rischio come soggetti da coinvolgere nelle decisioni e non destinatari a cui imporre le scelte riguardanti la propria salute, senza generare, nella parzialità e gravità della situazione, altri “fantasmi” attraverso “numeri che fingono di coincidere con la realtà”.

La diossina TCCD, come il SARS – Cov – 2 oggi, e molto più che quel cocktail di molecole xeno biotiche dai nomi bizzarri che ci avvelenano lentamente, divenne un “agente rivelatore” capace di mostrare l’insieme delle “pratiche irrazionali e le dissonanze cognitive di una società percorsa da disparità e discriminazioni” [2]. Ora, il ricordo di Seveso mi ha portato alla mente quel materiale, raccolto e impilato disordinatamente sulla scrivania, attorno alla figura di Laura Conti, figura cruciale in quella vicenda, per preparare una puntata dedicata a lei su una trasmissione radiofonica che curo, sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, con altri “colleghi”, attorno ai conflitti ambientali e ai disastri ecologici e sanitari. Figura atipica nell’ambientalismo italiano, scienziata, medico, partigiana, femminista e scrittrice, concentrò gran parte della sua attività politica affinché la bonifica di Seveso non rimanesse un mero fatto tecnico, ma diventasse un fatto sociale, necessario a creare nella società quegli anticorpi che impedissero il ripetersi di quella tragedia. Concentrò gran parte della sua attività sia politica sia scientifica, ma anche di narratrice, attorno a quella che potremmo definire una “battaglia per il diritto di sapere e per la partecipazione democratica nella gestione del rischio”[3]. Con la consapevolezza che la medicina debba essere garanzia di partecipazione e di dialogo, oltre che di cura, non una mera dispensatrice di informazioni da vendere più o meno bene ad un’opinione pubblica affamata di numeri, grafici e statistiche.

Se sullo sfondo di queste giornate si profila la nomina dell’ennesimo commissario straordinario chiamato a risolvere l’emergenza, a gestire dall’alto l’accettabilità del rischio, nelle maniere e nelle modalità manageriali tipiche della gestione delle catastrofi ambientali. Ecco che forse, questa figura, quella di Laura Conti, e soprattutto la sua lotta e il suo modo di raccontarla, possono rappresentare un punto nell’orizzonte per non perderci in questa opprimente sospensione del tempo. E fare in modo che questa esperienza di malattia e di sofferenza, di isolamento che sa di cura, ma anche di oppressione e impotenza, non rimanga confinata alla compilazione di qualche manuale di gestione del rischio sanitario, per quanto necessario. Ma che rappresenti davvero quel cambio di paradigma, fondamentale per affrontare il futuro, nel quale la cura non sia confinata al semplice corpo, ma si confronti col contesto materiale e immateriale nel quale il corpo è inserito, non limitandosi all’indifferenza crudele dei numeri.

 

Per citare questo post:

Saleri, R. (2020) Il diritto a sapere. Aldilà dei numeri, da Seveso a oggi. In Blog Studi Sulla Questione Criminale [online]. Disponibile al seguente link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/03/27/il-diritto-a-sapere-aldila-dei-numeri-da-seveso-a-oggi/

 

 

[1] Bruna De Marchi, Luigi Pellizzoni, Daniele Ungaro, Il rischio ambientale, edizioni Il Mulino, 2001
[2] Serenella Iovino, I Racconti della diossina. Laura Conti e i corpi di Seveso, in CoSMo, Comparative Studies in Modernism n. 10, 201
[3] Stefania Barca, Lavoro, corpo, ambiente: Laura Conti e le origini dell’ecologia politica in Italia, in Ricerche storiche 41/3 2011.