Pubblichiamo la riflessione inviataci da Enrico Fravega (Sciologo, Ph.D in Scienze sociali e Research Fellow all’Univresità di Trento)  per la blog serie #CallMeCOVID19. Nelle pagine di Studi sulla questione criminale online potete trovare tutte le riflessioni arrivate in risposta alla Call.

Ringraziamo Enrico e buona lettura!

Scena tratta dal film “La città verrà distrutta all’alba”

Italia 2020. Attacco alla città

di Enrico Fravega

Nella sterminata produzione cinematografica che ha trattato il tema delle pandemie, tra gli stilemi più ricorrenti ci sono il tema dell’isolamento e del “coprifuoco”. Ovvero, la rottura della “grammatica” dello stare insieme. La popolazione si polarizza in buoni e cattivi, o in “sani” e “contagiati”, due fazioni che si confrontano in una lotta senza quartiere che attraversa ogni nucleo sociale, trasformando radicalmente ogni contesto urbano. Non c’è gruppo, famiglia o organizzazione, che non sia spaccato da questo conflitto. Uno scontro che deborda dalla sfera politica perché l’antagonismo tra i due fronti non dipende da una capacità/volontà di agire, quanto dalle caratteristiche bio/onto-logiche dei soggetti. Certo, spesso in questi film – soprattutto a cavallo tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta – si pensi ad esempio ad “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel (1956) o a “La città verrà distrutta all’alba” di Romero (1973) – la questione del contrasto del contagio, con angolazioni diverse, esprimeva, su un piano metaforico, la lotta serrata tra due sistemi politici (capitalismo e comunismo), ma la modalità attraverso la quale prendeva forma il conflitto era quella di uno scontro tra soggetti pensanti e soggetti contagiati e privati di volontà propria. Le conseguenze erano, quasi sempre, la reclusione e l’interruzione della quotidianità (uscire, andare a scuola e al lavoro, fare la spesa, vedere gli amici, ecc.) con misure che andavano dalla legge marziale – militari in strada pronti a fare fuoco su chiunque trasgredisse gli ordini – allo scontro all’arma bianca per una latta d’acqua o di benzina.

Il quadro dell’emergenza Covid-19, non è ovviamente ascrivibile agli scenari catastrofici dipinti da questi film, né si possono trovare parallelismi tra le retoriche dell’eroismo individuale come soluzione, in cui quasi sempre la cinematografia indulge, e le possibilità concrete di uscita dalla crisi attualmente in corso. Tuttavia, tra i materiali dell’immaginario collettivo costituito dal repertorio cinematografico ed i “materiali” (notizie, passaparola, voci, ecc.) che usiamo quotidianamente, assediati nelle nostre case, per costruirci un’immagine della realtà, ci sono dei punti di contatto. Il discorso neoliberale, d’altra parte, si alimenta attraverso l’individuazione di “eroi” (ora identificati con medici e paramedici, altre volte identificati con “gli imprenditori”, con “i nostri ragazzi”, ecc.) che superando condizionamenti strutturali attraggono i riflettori dell’attenzione pubblica mettendo in ombra le diseguaglianze.

Precisando che, in questa sede, non si intende discutere della maggiore o minore appropriatezza delle misure di sanità pubblica, finalizzate al contenimento e al contrasto epidemico, in quanto esulerebbe dalle competenze e dal ruolo di chi scrive, si ritiene necessario aprire uno spazio di discussione sulle ricadute sociali di queste misure, sugli effetti che dispiegano sul senso comune e sulle conseguenze che queste misure potrebbero comportare sul lungo termine.

Come in quasi tutti i film del genere catastrofista, il virus viene sempre dall’esterno; da un altrove, a volte vicino a volte lontano, che può essere un paese straniero, un laboratorio biochimico segreto, un meteorite o un altro tempo (ad esempio: un virus liberato dallo scioglimento dei ghiacci antartici).

Coerentemente con questo script, l’idea del virus, almeno in una prima fase, ha richiamato il già fin troppo sollecitato tema del controllo dei confini, inducendo un’equazione tra home e homeland, ovvero tra l’Italia come casa e come luogo ontologicamente sicuro e un “fuori” (in questo caso identificabile con la Cina) che essendo oltre i confini patri è il luogo del pericolo. Così, per un po’ di tempo qualcuno è riuscito a coniugare la tematica della difesa dal virus con quella del più bieco razzismo. Si veda, per esempio, il caso di quel “governatore” che sosteneva che “tutti abbiamo visto i cinesi mangiare i topi vivi”.

Questo momento rappresenta il primo tentativo di “dualizzare” la scena sociale italiana provando ad individuare i ruoli dei “buoni” e quelli dei “cattivi” su quella che Du Bois chiamava “la linea del colore”.

Non senza tensioni, né senza piroette (es.: il leader della Lega – ma non solo lui – che un giorno chiedeva di tenere tutto aperto e quello dopo chiedeva di chiudere tutto) nel giro di poche settimane abbiamo assistito alla progressione del c.d. lockdown. Il protocollo di confinamento ha infatti registrato un ampliamento sia della sua estensione (da pochi comuni si è passati all’intero territorio italiano), sia della capacità di irreggimentazione dei comportamenti, attraverso l’estendersi degli ambiti della sua applicazione ed il rafforzamento delle misure sanzionatorie.

Il tutto, accompagnato da una campagna social tesa a rinforzare nella popolazione l’idea dell’auto-confinamento come misura di riduzione del rischio di contrarre Covid-19. Una misura di costruzione di consenso sorta attorno ad un’idea di “salute pubblica” – simbolizzata dall’hashtag #iorestoacasa – che, inevitabilmente, ha funzionato anche come una misura di costruzione sociale dell’altro e del “deviante”.

Sono migliaia gli spot e i post – parole che per una curiosa coincidenza sono combinazioni diverse delle stesse lettere – che decantano l’esperienza dello “stare a casa”. Cantanti, attori e altre personalità dello sport, dello spettacolo, della cultura ci invitano ad apprezzare le gioie della domesticità e dell’intimità forzata; nonché a cantare e ballare a comando, da balconi e finestre, per esprimere la nostra positività.

Nel giro di pochissimo tempo la “casa” – nozione quanto mai ambigua, che si riferisce tanto a un bene materiale quanto all’aggregazione di un nucleo familiare, e perciò carica di molteplici significati sociali e simbolici, non solo positivi – si è ristretta dallo spazio nazionale allo spazio dell’appartamento ed è divenuta elemento paradigmatico di una nuova forma di organizzazione sociale, chiave di volta di un ordine fondato sull’abolizione, pressoché totale, dello spazio pubblico e degli spazi comuni (perlomeno nella loro forma materiale, visto che online è, viceversa, un fiorire di piattaforme di comunicazione, condivisione, scambio, ecc.)

In questo quadro, ha preso forma il secondo tentativo di dualizzazione della scena sociale; da una parte chi si riconosce in quella che potremmo definire come una sorta di ideologia dell’home-pride – una congerie di stereotipi e idealizzazioni dello spazio domestico come luogo della sicurezza, della positività, dell’ottimismo e della tradizione – dall’altra la definizione, per sottrazione, di una categoria, composita, di “devianti” ”, identificati ora in chi si sottraeva ai riti di identificazione collettiva – dal cantare “Azzurro” sul balcone tutti alla stessa ora, alle lenzuolate con le scritte “andrà tutto bene”, fino all’esposizione della bandiera, che recupera la retorica patriottarda della nazione come corpo sano – ora nei runner, colpevoli di anteporre il benessere individuale alla celebrazione della sofferenza collettiva. Una categoria, che in certi momenti è sembrata arrivare ad includere persino le persone che – costrette dalla loro condizione di dipendenti, di autonomi a basso reddito o di lavoratori inseriti in settori essenziali – non potevano assentarsi dal lavoro, né tantomeno fare lo smartwork; individui che non potendo stare a casa erano oggetto di stigmatizzazione e costretti in una sorta di “cittadinanza diminuita”. In merito, è significativo ricordare che tra i pochi soggetti ad agire forme di conflitto ci siano i detenuti che, in un sistema carcerario superaffollato, chiedevano il diritto di scontare la pena a casa (in condizioni sanitarie migliori) ed i soggetti più vulnerabili del mercato del lavoro (operai, precari, ecc.) che rivendicavano la priorità del diritto alla salute sulla produttività. Due movimenti diversi, che tuttavia hanno rivelato non solo la non universalità del contenimento domestico come contrasto alla diffusione del virus, ma anche il carattere iniquo di questa misura.

In altre parole, possiamo dire che la casa è stato oggetto di un processo di feticizzazione, che ne ha appiattito ogni spazio d’ombra e ogni contraddizione. Sembra superfluo ricordare che la casa non è la stessa per tutti – che c’è una differenza incommensurabile tra l’esperienza dell’abitare, ad esempio, in un alloggio di edilizia residenziale pubblica, per esempio collocato alla “Diga di Begato” [1] e quella dell’abitare in una villa con giardino affacciata sul Golfo del Tigullio – e che la reclusione accentua lo iato esistente tra le classi sociali… Eppure, è necessario. E nemmeno è una questione che possa essere ridotta alla sola classe sociale, perché la casa può anche essere un luogo di violenza e di oppressione. In questo senso, solo il movimento femminista, e in particolare NUDM, ha messo in evidenza come la casa sia tutto tranne che un luogo pacificato. Mentre i network delle famiglie con persone disabili e la galassia di soggetti che lavorano con homeless, migranti, disabili, bambini (in sostanza il terzo settore) hanno cercato di far emergere nel dibattito pubblico come l’isolamento e l’allentamento dei legami sociali possano radicalizzare le condizioni di marginalità ed esclusione sociale, aumentando, invece che diminuire, il rischio di ammalarsi, o di accentuare altri fattori patologici.

La nuova centralità della “casa”, tuttavia, comporta la “sottrazione” dello spazio pubblico e la sparizione di luoghi e forme dell’aggregazione sociale. Chiaramente, se dal punto vista sanitario il “confinamento” ha un senso, al di fuori di questo ambito e in una prospettiva a medio o lungo termine, si possono scorgere alcuni motivi di preoccupazione.

Anche perché la pratica del confinamento, per altre ragioni e con altre “etichette” è stata introdotta da lungo tempo. Vi è, infatti, una corrispondenza – che è un qualcosa di più di una semplice assonanza – nelle pratiche di gestione delle emergenze sociali che si sono affermate nel corso degli anni Duemila e le misure di restrizione della libertà individuale invocate per il contenimento del Coronavirus.

In questo senso, la perimetrazione di aree con statuti legali particolari, che le differenziano dal resto dello Stato rappresenta un topos ricorrente delle misure di sicurezza urbana. Provvedimenti di zonizzazione che circoscrivono e stratificano i diritti ed i doveri di chi cade al suo interno si sono susseguiti nell’arco di due decenni, e non solo nella legislazione di emergenza; “zone rosse”  in cui non si può entrare, o in cui si è forzati ad uscire (e a Genova ne abbiamo avute due in meno di venti anni; quella del G8 e quella degli edifici sfollati in seguito al crollo del Ponte Morandi), “zone speciali” che riarticolano gli obblighi fiscali o contributivi ma anche i diritti (si pensi ad esempio alle ZES), “daspo” e “daspo urbani” che prevedono l’allontanamento da specifiche zone del territorio cittadino, ma anche “hotspot”, “CIE”, ecc. che invece ristrutturano il diritto ad avere diritti su base etnico/nazionale.

Ora, però, a partire dal Dpcm 22 marzo 2020 – che dispone, su tutto il territorio nazionale, la chiusura di tutte le attività non essenziali, nonché il divieto di trasferirsi al di fuori del Comune se non per comprovate esigenze di lavoro, di salute o di urgenza – la “zona rossa” ha inglobato tutto il paese. Un provvedimento dal carattere paradossale, che impone un fermo domiciliare di massa in cui, tuttavia, i soggetti alle misure restrittive sono anche i più “fortunati”, in quanto non costretti ad andare al lavoro e ad esporsi al rischio contagio. Ma ancora non basta, perché vi sono richieste di restringere ulteriormente il confinamento e di applicare forme eccezionali di gestione della crisi – dalla richiesta di commissari unici dotati di poteri straordinari all’invocazione dell’uomo forte (sì, c’è stato anche chi, in questo frangente, ha auspicato un colpo di stato militare!)

La pressione alla subordinazione della questione della privacy in favore di un interesse determinato dal governo, che ora è la sanità pubblica, ma un domani potrebbe essere la lotta all’immigrazione clandestina o la repressione degli scioperi, ecc. che tracce lascerà nel dibattito pubblico post-coronavirus? Cosa resterà, dopo, dell’intenzione di attivare forme di tracciamento digitale dei “positivi” – ma qualcuno dice della popolazione intera – e di sottoporre ad un controllo continuo gli spazi pubblici attraverso i droni? Ed i molteplici inviti alla delazione come forma di controllo sociale, anche attraverso internet (si veda, ad esempio il comune di Roma che apre una pagina di segnalazione online degli assembramenti) spariranno o troveranno altri ambiti di applicazione?

Messe in fila, queste questioni configurano un poderoso attacco all’idea di città come luogo di esercizio di quello che Delgado-Ruiz chiamava “il diritto all’anonimato”, nonché all’idea della piazza come spazio della socialità e della politica. Viene, infatti, meno l’idea della libertà dello spazio pubblico e quella di uno spazio “non proprietario”, attraversabile e “agibile” da una molteplicità di soggetti in favore di una concezione dello spazio “panottico”, ad accesso condizionato, nonché soggetto alla mutevole disciplina di chi governa il territorio (comuni, regioni, prefetti/governo, ecc.). Emerge così uno scenario dai tratti distopici;

Un quadro che ci presenta diversi interrogativi. Il primo riguarda la questione della durata delle misure dopo la fine dell’emergenza. Quali provvedimenti sono destinati a restare? Certo, nella maggior parte dei casi si tratta di misure destinate a essere revocate ma, per capirci, ricordiamoci del “Patriot Act” (un dispositivo legislativo di rinforzo dei poteri di organi di polizia e di spionaggio); varato dall’amministrazione statunitense, come misura straordinaria, a seguito dell’11 settembre, avrebbe dovuto restare in vigore per un periodo di tempo limitato, per la gestione dell’emergenza terrorismo. A 19 anni dall’attentato delle Torri Gemelle, è ancora in vigore.

Secondariamente, occorre cercare di capire quali scorie lasceranno tutte queste dinamiche, nel senso comune. Non provvedimenti di legge, o regole amministrative, ma “mentalità”, disposizioni, retoriche, rappresentazioni sociali e “governamentalità”. Una molteplicità di dispositivi di organizzazione della conoscenza, che orienteranno il confronto politico post-emergenza e che potranno aprire, o chiudere, scenari di emancipazione o sviluppi neo-autoritari.

In altre parole, l’epidemia rappresenta un passaggio; un varco che tuttavia, non conduce ad uno scenario totalmente sconosciuto ma che nemmeno ci riporta al “punto di partenza”. Da una parte, infatti, la crisi attacca i modi e i principi su cui è organizzata la società, mostrando chiaramente il “non detto” su cui si regge e facendo luce su alcuni dei principali fattori di diseguaglianza che la caratterizzano; rivelando al tempo stesso la forza di cui ancora dispone l’apparato statuale nel catturare, orientare e modellare i comportamenti e le opinioni delle persone. Dall’altra, apre la strada ad una riconfigurazione dei rapporti tra sfera pubblica e sfera privata, ma anche tra l’individuale e il collettivo, che interseca la tensione latente tra democrazia e post-democrazia (o autoritarismo; si veda il caso dell’Ungheria). Siamo dunque di fronte ad uno scenario aperto che necessita di una nuova agenda.

In questa prospettiva, alla feticizzazione della casa occorrerà rispondere con una (ri)politicizzazione di questo tema. Riprendendo le lotte per il diritto all’abitare e rimettendo al centro dell’attenzione pubblica la casa, sia come dispositivo abitativo – occupandosi della casa come fattore di riproduzione della diseguaglianza sociale e ridando fiato alle politiche abitative (che nel sistema di welfare italiano hanno un ruolo meramente residuale), e non solo per gli italiani! – sia come luogo di conflitti, violenza e discriminazione di donne, minori, disabili, ecc.  Un quadro in evoluzione che richiede la messa a tema delle nuove forme di comunicazione e condivisione che la crisi ha reso di uso quotidiano – entrando nelle case (e rendendo pubblico il privato) – nonché della costruzione di nuove forme di solidarietà, aggregazione ed elaborazione politica che, da una parte, siano in grado di bypassare le politiche di “zonizzazione” (risignificando i concetti di vicino/lontano), dall’altra che siano in grado in grado di creare nuove “comunalità”. Sarà, inoltre, necessario aprire nuovi terreni di confronto, perché le lotte accese dai detenuti hanno portato sulle prime pagine dei giornali la disumanità delle politiche carcerarie, che “stoccano” le persone in celle sovraffollate (mettendo a rischio la salute sia dei detenuti sia del personale che vi lavora), mentre le polemiche che hanno animato il dibattito pubblico sulle conseguenze economiche della crisi – da quelle sul tener aperte le imprese a tutti i costi, a quelle sulla difficile, ed in qualche modo arbitraria, distinzione, tra settori economici essenziali e settori non essenziali – hanno reso chiara a tutti la fragilità e la violenza di un sistema produttivo che (da tempo) ha puntato quasi esclusivamente sul contenimento dei salari. E tutto questo senza dire del rapporto tra sanità pubblica e sanità privata.

Nei film che tematizzano la catastrofe e l’epidemia, alla fine vince sempre chi riesce ad “uscire dal gregge”, a rompere le “routine” e i meccanismi che alimentano la coazione a ripetere, mettendo in atto pratiche di fronteggiamento alternative e non convenzionali, ma soprattutto pensandosi “diversi da prima”. Noi siamo a questo punto, ma non rispetto al virus quanto a quello che verrà dopo.

Note

1) La “Diga” di Begato è un enorme complesso di edilizia residenziale pubblica edificato nella zona collinare di Genova, a metà degli anni Ottanta. La sua conformazione, che occlude un’intera vallata, è all’origine del suo nome.

 

Per citare il post:

Fravega E (2020) Italia 2020. Attacco alla città. Disponibile al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/04/18/italia-2020-attacco-alla-citta/