Pubblichiamo il contributo inviatoci da Anna Paola Lacatena* per la blog serie #CallMeCOVID19. Nelle pagine di Studi sulla questione criminale online potete trovare tutte le riflessioni arrivate in risposta alla Call.

Ringraziamo Anna Paola e buona lettura!

 

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Tantalo e la Fase 2

 di Anna Paola Lacatena

 

Secondo la mitologia greca, Tantalo, figlio di Zeus e della ninfa Pluto, tradendo la fiducia degli dei con cui si intratteneva e di cui godeva la più ampia generosità, fu condannato ad una punizione terribile.

Fu immerso in un fiume fino al collo ma non appena provava ad abbassarsi per dissetarsi, l’acqua andava via. Allo stesso modo, pendeva sulla sua testa una cornucopia di frutta che ogniqualvolta cercava di afferrare si allontanava mossa da improvvisi e violenti colpi di vento.

Cosa aveva fatto di così grave Tantalo da indispettire fino a quel punto gli dei? Questi non si era accontentato di possedere la felicità e la possibilità di condividere qualsiasi gioia con i suoi stessi benefattori. Nella sua infinita arroganza aveva desiderato possederla al di là del riconoscimento dei doni ricevuti.

L’ammonimento è chiaro: non si padroneggiano la felicità e il benessere con la presunzione che questi saranno per sempre, perdendo nell’inseguirli ogni forma di innocenza.

Tantalo esce, dunque, dal cosiddetto “cerchio caldo” (Rosemberg, 2007), dalla comunità dove “la reciproca comprensione” non deve essere conquistata ma è già data, tacitamente acquisita. Proprio per questo quella dimensione è piacevole e accogliente, eppure ha tanto bisogno per la sua natura fragile e vulnerabile, di essere difesa e fortificata (Tonnies, 1963).

Ci chiediamo fino a quando? E guardiamo ormai alla Fase 2 dell’emergenza Covid-19 o almeno ci piacerebbe tanto pensare di esserci arrivati. Ci spaventa l’idea che quella nostra zona di comfort una volta disfatta non possa più essere ricostruita. Che quella che ci siamo illusi essere stata la nostra comunità – l’unica, la vera – non ritorni.

Ciò di cui non ci siamo resi conto è che non può esserci davvero comunità lasciando qualcuno indietro, che la nostra comunità altro non stava diventando che area demarcata, dai confini ben disegnati.

I dati degli ultimi giorni sono confortanti in questo senso ma non avere una data precisa, delle modalità note e condivise sul come ritornare ad affacciarsi al consueto, a quella che abbiamo ribattezzato ‘normalità’, alla Fase 2 dell’emergenza, acuisce il senso di isolamento, di inutilità sociale unitamente all’accentuarsi del peso della distanza dalle persone care scavata a colpi di decreti e necessità sanitarie.

Continuiamo a piangere vite che vanno via silenziosamente, lavoriamo in smart working con la difficoltà di riuscire a distinguere la sfera pubblica da quella privata. Continuiamo a interrogarci sull’utilità di mascherine e guanti. Leggiamo con insaziabile interesse tutto ciò che accenna a cure, vaccini, ricerche, possibili acquisizioni della scienza in materia di terapie e prevenzione.

Guardiamo chi ci sta accanto mantenendo le distanze in fila e ci irritiamo se nel supermercato qualcuno involontariamente ci sfiora il braccio. Ma non per questo evitiamo di guardare con disponibilità a ciò che può permetterci di sentirci utili agli altri, a chi ha più bisogno.

Abbiamo imparato a lavarci le mani con fobica ossessione. A cucinare ogni tipo di leccornia dolce o salata e a postarne immediatamente dopo l’immagine sui social.

Abbiamo cantato dai balconi riscrivendo i testi delle canzoni e fregandocene dell’intonazione, abbiamo fatto ginnastica in casa, tinte per i capelli, lezioni online di arte e fotografia.

Abbiamo realizzato teneri filmati con bimbi e animali domestici.

Abbiamo riso dell’ironia di tanti e ci siamo rattristati dinanzi alla disumanità di alcuni.

Abbiamo commentato le più o meno felici uscite di politici che a modo loro hanno tentato di riconquistare la scena o di conservarla.

Abbiamo dato fondo alle riserve di serie Tv sui canali a pagamento o scoperto canali del digitale a cui non avevamo mai avuto tempo di affacciarci.

Abbiamo scritto, letto, ascoltato. Abbiamo chattato per ore. Abbiamo dormito male e peggio ci siamo risvegliati.

Abbiamo pregato con il Santo Padre in una Piazza San Pietro silenziosa ma assordante per dolore e condivisione e continuiamo a farlo, ciascuno a modo proprio.

Chissà se davvero questa esperienza ci restituirà un Noi più umano, meno personalistico o meno amoralmente familistico.

Ora si fa largo il bisogno di recuperare il ‘nostro’. Dal tempo alle abitudini, dal lavoro alle pause nuovamente scandite dagli orari del fare fuori di casa, dalla pratica di camminare all’aria aperta alla possibilità di prenderci cura di noi con tutta una serie di pratiche che pur nella loro futilità scandivano i giorni.

Abbiamo imparato giocoforza a mettere in un cantuccio un po’ della nostra libertà a vantaggio della sicurezza.

In estrema sintesi abbiamo abdicato temporaneamente, per onorare fino in fondo l’art.32 (il diritto alla salute), a quei diritti costituzionali a cui, forse, non abbiamo mai saputo dare il giusto peso: art. 2, i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle forme sociali, art. 4, il diritto al lavoro, art. 13, la libertà personale, art. 16, libera circolazione nel territorio nazionale, art. 17, il diritto di riunione.

Siamo stati solidali con i medici, con il personale sanitario, con le Forze dell’ordine, con tutti quelli a cui abbiamo riconosciuto impegno e dedizione orientata alla salute. La nostra e quella dell’intera società. Certamente qualcosa e qualcuno ci è sfuggito: tossicodipendenti, senza fissa dimora, donne maltrattate, minori a rischio. La società appunto non la comunità che è ben altra cosa…

Vivere in quest’ultima esige un prezzo che si riverbera sulla libertà, che in accezioni variabili potrebbe essere tradotta in autonomia, autorealizzazione, possibilità di essere sé stessi.

«Qualunque strada si scelga, da una parte si guadagna e dall’altra si perde. L’assenza di comunità significa assenza di sicurezza; la presenza di una comunità, quando si verifica, finisce ben presto con il significare perdita di libertà.» (Bauman, 2003, p.6).

La convivenza, dunque, si fa esperienza piena di conflitti quando il sacrificio della sicurezza in nome della libertà e quello della libertà in nome della sicurezza si riferiscono alla sicurezza e alla libertà altrui.

In corso d’opera abbiamo cercato di rimediare. Qualcuno è stato tirato su nonostante il carro fosse ormai in marcia. Qualcuno procede al passo pur non perdendo di vista il carro. Per altri, semplicemente non c’era e non c’è posto.

Colpevolmente ad almeno due categorie, per ragioni differenti, non abbiamo guardato con la giusta attenzione.

Agli anziani e ai detenuti.

Per i primi il silenzio che non potevano rompere, per i secondi il grido che è stato immediatamente soffocato.

Dei primi ci siamo accorti quando per molti di loro era già troppo tardi.

Dei secondi abbiamo pensato che erano lì e considerato che da lì non potevano uscire, occhi che non vedono cuore che non duole.

Anziani e detenuti aree sociali che si fa fatica ad accostare. A chi non è avvezzo alle sfumature, sfuggirà lo scarso rispetto delle tutele di cui entrambi invece dovrebbero godere. Categorie deboli, la cui voce troppo spesso rimane inascoltata.

Le due grandi categorie estromesse dal gioco del consumo, dal redditizio funzionamento dell’economia, dal consenso politico diretto. Classi sociali anomale, la cui rettificazione è quasi pari all’impossibile. Ospiti di istituzioni totali dove la vita si svolge completamente – o quasi e comunque non dovrebbe essere mai così – al loro interno.

In Italia, come in tutti gli altri Paesi, le statistiche dicono che la gran parte dei deceduti ha oltre 70 anni e la quasi totalità un quadro clinico compromesso. Considerato che una persona su quattro ha più di 65 anni- in Cina una su otto- la popolazione del nostro Paese è tra le più anziane al mondo. Ciò che fa impressione sono i numeri riferiti agli ospiti nelle Residenze sanitarie assistenziali di tutta Italia circa 300mila prima dell’insorgere dell’emergenza Covid-19. Sono stati il 68% delle vittime gli anziani morti in case di riposo in Friuli Venezia- Giulia. Dei 73 ospiti della Casa “Scarmignan” di Merlara vicino Venezia, 70 si sono ammalati.

Dalle pagine del Veneto del Corriere della sera si legge:

«Al Centro Servizi di Monselice i morti sono quattordici. Nella provincia di Verona un terzo delle vittime del coronavirus era ospite di una struttura per anziani. E il bilancio si aggrava di ora in ora: ventisei decessi alla «Gasparini» di Villa Bartolomea, otto a Legnago e cinque al «Campostrini» di Sommacampagna. C’è una struttura per religiose, a Lazise, dove il virus ha già ucciso otto suore.» (Corriere del Veneto, 3 Aprile 2020)

E ancora:

«La direzione del Pio Albergo Trivulzio, oltre milletrecento anziani ricoverati, il polo geriatrico più importante d’Italia, per tutto il mese di marzo ha occultato la diffusione del Covid-19 nei suoi reparti, intanto che il morbo contagiava numerosi pazienti e operatori sanitari.» (Repubblica, 4 Aprile 2020)

E ancora:

«Oltre 100 morti nel mese di marzo nelle case di riposo della provincia di Pavia ma solo per alcuni decessi è stato accertato che gli anziani erano stati contagiati dal coronavirus. Il dato è stato raccolto dall’Ats.» (Ansa, 2 Aprile, 2020)

E se non bastasse:

«A Lodi, alla casa di riposo Santa Chiara, la direzione conferma 52 decessi in un mese.» (Il Giorno, 3 Aprile 2020)

E poi Lambrate, Chiaravalle, Bovino, Catanzaro, Messina, Roma, Soleto (Le)…

La salute dei detenuti è tutelata a livello costituzionale al pari di quella di tutti i cittadini liberi. La legge 230 del 1999 e il Dpcm del 2008 hanno cercato, con il trasferimento dell’assistenza sanitaria penitenziaria dal Ministero della Giustizia a quello della Salute- dunque alle Regioni- di puntellare ulteriormente il concetto.

Nelle linee guida redatte il 15 marzo 2020 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si legge: «Le persone nelle carceri e in altri luoghi di detenzione non sono probabilmente più vulnerabili alle infezioni da COVID-19, ma sono anche particolarmente vulnerabili alle violazioni dei diritti umani.»

Per tale ragione l’OMS ha precisato tra l’altro che:

«le persone nelle carceri e in altri luoghi di detenzione dovrebbero godere degli stessi standard di assistenza sanitaria disponibili nella comunità esterna, senza discriminazioni sulla base del loro status legale. Le carceri e le altre autorità di detenzione devono garantire il rispetto dei diritti umani delle persone in custodia, che le persone non siano escluse dal mondo esterno e, soprattutto, che abbiano accesso alle informazioni e adeguate prestazioni sanitarie.»

Particolare attenzione il documento la rivolge ad un approccio sensibile al genere, al sostegno emotivo e psicologico, a proteggere le persone in isolamento da qualsiasi forma di maltrattamento.

Nel decreto “Cura Italia” è stata disposta la detenzione domiciliare (con utilizzo di braccialetto elettronico) per coloro che hanno da scontare gli ultimi 18 mesi di pena e per coloro che sono stati condannati a una pena di reclusione che va dai 7 ai 18 mesi – circa 4 mila detenuti.

Secondo i dati del 29 febbraio forniti del Ministero della Giustizia, in Italia ci sono 61.230 detenuti (di questi soltanto 41.873 risultano essere condannati in via definitiva) a fronte di una capienza pari a 50.931 posti.

Provo a dare voce a questa fascia di popolazione attingendo dalla corrispondenza ricevuta in questi giorni. Due donne, due carceri differenti, un unico bisogno: non essere dimenticate. Ciò che mi ha colpito particolarmente, e sono comuni nelle carceri italiane tra detenuti le raccolte fondi in casi di emergenza o il provare a mettersi a disposizione, nella fattispecie con la produzione di mascherine da consegnare anche e soprattutto all’esterno, la preghiera per chi non sta bene (fig.1) e il dolore di una madre lontana da suo figlio (e non è la stessa cosa da liberi) (fig.2):

Fig. 1

Fig1-1

 

Fig. 2

Fig2

Chissà, forse la società, non la comunità ha pensato: per gli anziani non posso per i secondi non voglio. L’impossibilità di prendersi cura del proprio congiunto anziano – la libertà di farlo o di non farlo- e la sicurezza.

Due concetti tristemente collegati all’emergenza Covid-19.

L’acquisizione della sicurezza impone sempre il sacrificio della libertà così come questa può crescere e diffondersi solo a danno della prima. Se la libertà senza sicurezza è negazione della propria più autentica essenza, la sicurezza senza libertà è schiavitù e costante motivo di ansia. Probabilmente non si riuscirà a far quadrare il cerchio nemmeno questa volta così come peraltro mai è accaduto nella storia. Un equilibrio che almeno provi a non lasciare indietro nessuno è ciò a cui si dovrebbe tendere.

… non ieri, un po’ più oggi, chissà domani.

Dum spiro, spero…

Il supplizio di Tantalo.

 

Bibliografia:

Bauman Z (2003) Voglia di comunità, Roma: Laterza

Castoriadis C (2007)  Finestra sul caos. In: Escobar E., Gondicas M. e Vernay P. (a cura di) Scritti su arte e società, Milano:Elèuthera

Tonnies F (1963) Comunità e società, Milano: Ed. di Comunità

* Dirigente Sociologa c/o Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA, Coordinatrice del Gruppo “Questioni di genere e legalità” della Società Italiana delle Tossicodipendenze

 

Per citare questo blog:

Lacatena AP (2020) Tantalo e la fase 2. disponibile al link:

https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/05/07/tantalo-e-la-fase-2