Pubblichiamo il contributo inviatoci da Valerio Pascali (Università di Padova) e Tommaso Sarti (Ricercatore indipendente) in risposta alla nostra #CallMeCOVID19. Nelle pagine di Studi sulla questione criminale online potete trovare tutte le riflessioni arrivate in risposta alla Call.

Ringraziamo Valerio e Tommaso per il post e buona lettura

Riot at Regina Coeli prison

 

Pandemia e rivolte in carcere: il sistema penitenziario alla prova dell’emergenza sanitaria

di Valerio Pascali e Tommaso Sarti

 

A partire dalla metà degli anni Ottanta, rientrata l’emergenza terrorismo, le condizioni politiche sembrano pronte per riformare l’Ordinamento penitenziario, «il clima generale del sistema penitenziario è profondamente cambiato: violenze e rivolte sono pressoché scomparse» (Gozzini in De Vito, 2009, p. 113) e la questione carceraria sembra chiusa per sempre. Ridotto il conflitto nei confronti dell’istituzione, gli echi delle rivolte, delle irruzioni e degli omicidi sono consegnati alla storia.

In Italia, dalla legge Gozzini (1986) in poi, il carattere premiale dell’accesso selettivo ai benefici penitenziari ha trasformato progressivamente la prigione delle rivendicazioni collettive degli anni Ottanta nel carcere del trattamento individualizzante (Mosconi, Pavarini 1993; Quadrelli 2005), dell’adeguamento del comportamento e, oggi, della “revisione critica”. La possibilità di modulare la pena – e soprattutto quella di sostituirla con misure alternative al carcere – spinge i detenuti a investire nella delicata valutazione di costi e benefici del proprio personale modo di “farsi la galera” (Sbraccia, Vianello 2016). Il “carcere dal volto umano” pacifica e “socializza” il pianeta carcere attraverso una legislazione premiale per chi vi si adegua, mentre per gli altri, etichettati ora come “irriducibili”, promette un irrigidimento nel trattamento penitenziario, accompagnato da un sempre maggiore isolamento sociale. Qualsiasi possibilità di miglioramento della vita detentiva o di accesso ai benefici, oltre ad essere subordinata al mantenimento di atteggiamenti non conflittuali, spinge allo «sviluppo di competizione, reciproca diffidenza e un generale declino della solidarietà tra detenuti». (Ronco, 2016, p. 223) Con lo sfaldarsi del legame comunitario il conflitto si realizza tra detenuti che si trovano a confliggere per l’accesso a risorse scarse (benefici), finendo per risultare funzionale al mantenimento dell’ordine.

Il nuovo corso intrapreso dalla politica e dall’amministrazione penitenziaria sembrava essere riuscito nel relegare al passato il tema della conflittualità penitenziaria, intento in parte realizzato per tutti gli anni novanta e buona parte dei duemila. Eppure, dopo decenni di silenzio, oggi questo tema torna prepotentemente alla ribalta a seguito dell’emergenza scaturita dal Coronavirus, l’ennesima che il sistema penitenziario è costretto ad affrontare. Con l’evolversi dell’emergenza sanitaria, durante la fine del mese di febbraio, l’amministrazione penitenziaria ha adottato una serie di misure «specifiche per la prevenzione del contagio da corona virus»[1] che consistono nella sospensione dei colloqui con i familiari, nella cessazione delle attività trattamentali e lavorative (sia interne che esterne), nel blocco degli ingressi dei volontari e più in generale della comunità esterna.

Tali provvedimenti, applicati in senso meramente restrittivo più che preventivo, hanno inciso in modo diretto sulla vita dei detenuti mutandone la quotidianità. «I contatti con il mondo esterno sono una dimensione fondamentale dell’esperienza detentiva di tutti coloro che sono ristretti» (Maculan, 2018, p.169) e un ruolo primario è rivestito dai colloqui con i familiari. Negare il colloquio con i propri cari, e più in generale con quelle persone che sono punti di riferimento per il recluso durante la detenzione,  significa negare un momento che afferisce alla dimensione dell’affettività, in quanto «è’ attraverso i colloqui con i propri cari che i detenuti cercano di non spezzare quei legami affettivi che la vita in carcere interrompe in maniera netta» (Maculan, 2018, p.185) e in questo senso costituiscono il momento durante il quale i detenuti accumulano risorse affettive ed emotive (oltre che materiali attraverso la consegna di generi alimentari e vestiario consentiti) fondamentali nella quotidiana resistenza alle condizioni di reclusione.

Il trattamento penitenziario si basa principalmente su tre elementi: istruzione, lavoro e religione. La partecipazione alle attività scolastiche e universitarie, oltre a costituire una possibilità di istruzione, può rivelarsi una risorsa essenziale come strategia, agita dal recluso, per alleviare le sofferenze della detenzione (uscire dalla cella, passare il tempo). Allo stesso modo anche il lavoro in carcere è un fattore determinante per la qualità della vita intramuraria, oltre la mera sopravvivenza, in quanto costituisce una risorsa improntante per la popolazione detenuta. Attraverso il lavoro il detenuto ha la possibilità di ricavare risorse economiche che gli consentono di non gravare sui propri affetti e di rispondere ad una pluralità di bisogni personali senza dover dipendere totalmente dall’amministrazione dell’istituto.

Nel lavoro il detenuto riesce a soddisfare quelle esigenze che, in una condizione di privazione della libertà personale, risultano funzionali ad aggirare la staticità e l’inoperatività forzata della galera, determinando – almeno parzialmente – la giornata in carcere, in gran parte priva di riferimenti temporali. Il tempo recluso, percepito come monotono e ripetitivo, tende a creare nel detenuto un senso di paranoia e disagio, soprattutto nelle detenzioni di lunga durata nelle quali è di fondamentale importanza scandire e organizzare il proprio tempo. Il tempo e lo spazio sono elementi che definiscono la quotidianità del recluso su cui agisce l’istituzione carceraria e assumono connotati altamente critici in relazione alla situazione pandemica (Maculan e Santorso, 2018).

Queste misure restrittive adottate per contrastare la diffusione del virus, si sono innestate su condizioni – pregresse – di fatiscenza, carenza di presidi e personale sanitario, sovraffollamento degli istituti penitenziari. A fare da cornice ad una situazione di per sé critica vi è stata anche scarsa informazione (come riportato in alcune lettere scritte da detenuti), circa la reale diffusione dei contagi e la presenza di detenuti risultati positivi, nei confronti della popolazione detenuta.

L’insieme di tutti questi fattori ha determinato fortissime proteste, che durante le giornate del 7, 8 e 9 marzo hanno assunto la forma della rivolta. Le rivolte di questi mesi si differenziano dalle proteste del passato sostanzialmente per due aspetti: l’assenza di una matrice squisitamente politica e di un’organizzazione tra detenuti, ma allo stesso tempo l’intensità della conflittualità espressa è stata molto alta. Lo dimostra il numero di istituti coinvolti dalle proteste, innescate dapprima all’interno del carcere Sant’Anna di Modena – dove è bene ricordarlo sono deceduti 12 detenuti, altri 4 sono deceduti dopo le traduzioni in altri istituti – hanno ben presto coinvolto 49 istituti (secondo quanto riferito dal garante nazionale) su tutto il territorio nazionale tra cui il già citato istituto modenese, il carcere Dozza di Bologna, San Vittore a Milano, Torino Le Vallette, il carcere di Salerno e il carcere Rebibbia di Roma. Seppur poco organizzate, le rivolte esplose nelle carceri nei mesi scorsi sono indicatori di una situazione denunciata da tempo, che nell’emergenza sanitaria attuale ha trovato la propria scintilla.

E’ come se un uragano fosse passato nelle sezioni travolgendo l’ordine carcerario. I cancelli delle celle erano aperti […] i lucchetti rotti e gettati sul pavimento. I muri, anneriti dal fumo dei materassi bruciati (De Vito, 2009, p.58).

Inizia così una testimonianza sulla prima sommossa del carcere delle Nuove di Torino del 1969, quella fu la prima rivolta all’interno di un istituto penitenziario in Italia dal dopoguerra e si propagò come un incendio in tutti gli istituti nazionali. Eppure, queste stesse parole potremmo leggerle o scriverle oggi a seguito delle rivolte che hanno interessato venti istituti su tutta la penisola.

Se guardiamo la storia del carcere in Italia, essa c’insegna che il carcere è sempre conflittuale, perfino quando una pacificazione efficace è in opera. Non si sa quando, né la motivazione che accenderà la rivolta, ma prima o poi questa esploderà. Dapprima sarà una “rivolta” personale, come l’autolesionismo e il suicidio o l’abuso di farmaci, per poi diventare sempre più una rivolta reattiva, non più contro se stessi o i propri compagni di prigionia bensì contro l’istituzione, perché:

il proprio corpo cessa di essere il luogo su cui si praticano disperate forme di resistenza per diventare strumento offensivo. Nasce […] quell’idea di corpo belligerante che […] almeno per un ventennio, consegna le pratiche dell’automutilazione alla preistoria del mondo carcerario (Quadrelli, 2014, p.38).

Ancor più e ancor prima della politicizzazione e dell’organizzazione, fu proprio lo spontaneismo degli extralegali a smuovere la monolitica istituzione penitenziaria e a risvegliare una conflittualità per molto tempo rimasta sopita.

Non dovrebbe quindi sorprenderci il fatto che le rivolte dei mesi scorsi siano state caratterizzate da poca organizzazione. Precedute da anni di speranze di riforma troppo spesso lasciate cadere nel vuoto, nonostante il lavoro svolto dagli Stati generali, e di alti tassi di autolesionismo, abuso di sostanze e finanche suicidi. L’emergenza coronavirus ha condotto – de facto – alla subordinazione del diritto all’affetto a quello alla salute attraverso atti “esterni” emanati dal governo e adottati dal Dap. E’ proprio tale “compressione” che ha dato il via alla forma di protesta più naturale per i diritti più elementari come quello alla salute e agli affetti esterni.

Con un nuovo cambio di rotta rispetto agli anni Ottanta e all’illusione di un carcere ‘dal volto umano’, la comunità prigioniera cessa di essere macchina di governo funzionale al mantenimento dell’ordine intramurario, dove i permessi premio diventano «il nuovo mito che [sostituisce] l’evasione nell’immaginario collettivo del popolo dei dannati della terra» (Verde, 2002, p.93), per tornare ad essere macchina bellica, uno strumento distruttivo che vive e si rafforza attraverso la contrapposizione con l’istituzione penitenziaria, istituzione contro cui il detenuto è esistenzialmente in conflitto (cfr. Quadrelli, 2014).

 

Riferimenti bibliografici

  • De Vito C. G. (2009), Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia, Editori Laterza, Bari
  • Maculan A. (2018), I contatti con il mondo esterno, in Kalica E., Santorso S. (a cura di), Farsi la galera. Spazi e culture del penitenziario, Ombre Corte, Verona, pp. 169-186
  • Maculan A., Santorso S. (2018), Quotidianità detentiva: cella, sezione e soggettività recluse, in Kalica E., Santorso S. (a cura di), Farsi la galera. Spazi e culture del penitenziario, Ombre Corte, Verona, pp. 35-67
  • Mosconi G., Pavarini M. (1993), Discrezionalità e sentencing giudiziario in Italia. La flessibilità della pena in fase esecutiva nell’attività dei tribunali di sorveglianza, Dei delitti e delle pene, 3, pp. 149-190
  • Quadrelli E. (2005), Gabbie metropolitane: modelli disciplinari e strategie di resistenza, DeriveApprodi, Roma
  • Quadrelli E. (2014), Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta, DeriveApprodi, Roma
  • Ronco D. (2016), La competizione tra reclusi. L’impatto della scarsità di risorse e della logica del beneficio sulla comunità carceraria, in Sbraccia A., Vianello F. (a cura di), Etnografia e ricerca qualitativa, 2, pp. 211-226
  • Sbraccia A., Vianello F. (2016), Carcere, ricerca sociologica, etnografia, in Sbraccia A., Vianello F. (a cura di), Etnografia e ricerca qualitativa, 2, pp. 183-210
  • Verde S. (2002), Massima sicurezza. Dal carcere speciale allo Stato penale, Odradek, Roma

 

[1] Così come riportato nella nota D.a.p. del 26 febbraio 2020 https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_8_1.page?facetNode_1=0_62&contentId=SDC249652&previsiousPage=mg_1_8

 

Per citare il post:

Pascali, V. and Sarti T. (2020) Pandemia e rivolte in carcere: il sistema penitenziario alla prova dell’emergenza sanitaria. Disponibile al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/05/27/pandemia-e-rivolte-in-carcere-il-sistema-penitenziario-alla-prova-dellemergenza-sanitaria