Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Pedro Granja che ben illustra come, attraverso l’uso strumentale del diritto, si stia giungendo al tramonto del ciclo progressista in America Latina

Ringraziamo Pedro per il suo interessante contributo

Buona Lettura!

La persecuzione giudiziaria del ciclo progressista: lawfare in America Latina

di Pedro Granja

“Voglio essere presidente per porre fine all’analfabetismo in Bolivia”, disse Evo Morales a un giornalista mentre era ancora candidato alla presidenza. La madre di Evo era analfabeta. Suo padre, semi-alfabetizzato, e molti dei suoi parenti non sapevano né leggere né scrivere. Quando fu eletto Evo disse che bisognava aspettare “quasi duecento anni di vita repubblicana” per porre fine all’analfabetismo. “Ho letto libri, in cui si dice che al primo Aymara che ha imparato a leggere sono stati cavati gli occhi. A quelli che hanno imparato a scrivere hanno tagliato le mani. Il 20 dicembre 2008 la Bolivia ha vissuto una giornata storica: il Paese è stato dichiarato “territorio libero dall’analfabetismo” ed è diventata la terza nazione latino-americana a proclamarsi libera dagli analfabeti, dopo Cuba nel 1961 e Venezuela nel 2005. Ma non solo, perché senza smettere di considerare tutti i gravi errori di Evo Morales, i suoi stessi eccessi di società come il Sud America, la Renta Dignidad (entrato in vigore nel 2008), hanno indubbiamente portato un beneficio al paese. In particolare, quest’ultimo, una sorta di reddito di cittadinanza, ha fornito ai più poveri uno stipendio di 2.400 boliviani all’anno. Successivamente è stata approvata la Juana Azurduy de Padilla Bono, con l’obiettivo di abbassare i livelli di mortalità e aiutare quel famigerato 74% delle famiglie che non avevano accesso a nessuna forma di previdenza sociale. Questo provvedimento ha aiutato le donne più povere con problemi di salute legati la gravidanza o dal parto e che spesso non potevano provvedere al sostentamento dei nascituri, abbassando i livelli di mortalità infantile. Nonostante i progressi fatti in questi anni, i governi successivi, attraverso l’implementazione di quello che possiamo definire come lawfare, sono riusciti a cancellare tutto riportando il paese indietro di almeno 40 anni. Non serve soffermarsi sul fatto che questo cambio di governace è avvenuto attraverso l’uso della forza: attraverso un colpo di stato militare. Se il leader indigeno non fosse fuggito, lo avrebbero eliminato o sarebbe stato rinchiuso in un carcere di massima sicurezza accusato di ogni nefandezza.

 In America Latina non esiste praticamente letteratura sul ruolo che ha avuto il diritto nei processi di contro-riforma neoliberisti. Innegabilmente, la cancellazione dei diritti acquisiti durante i governi di Evo Morales ha indubbiamente visto il diritto come protagonista. Come sostiene Zaffaroni, in America Latina “i ricchi non vanno quasi mai in prigione, tranne quando combattono contro altri ricchi … e perdono”. Credo che Zaffaroni in queste poche parole riesca a restituire pienamente il senso di lawfare, o almeno l’accezione che viene usata in questo breve contributo. In sostanza, le istituzioni hanno utilizzato il diritto penale come grimaldello per legittimare la cancellazione di progressi sociali e il carcere è da sempre un luogo destinato ai poveri, per i quali si commettono crimini imperdonabili come il furto del pane o l’insurrezione contro uno Stato che ha sempre fallito nelle dinamiche sociali.  É sempre più evidente come ogni azione volta ad affermare diritti, e quindi a favorire i più deboli, finisce inesorabilmente per essere respinta, sostenendo che si tratta di una questione di ” legalità”. Tuttavia, chi è chiamato a esprimere un giudizio non utilizza gli stessi criteri quando si tratta di pronunciarsi (in casi del tutto analoghi) contro, ad esempio, banchieri che vogliono recuperare beni sequestrati legalmente a seguito di reati gravi come l’appropriazione indebita. Sono gli stessi giudici che non si esprimono sulla contaminazione di fiumi, laghi e sorgenti d’acqua da parte di grandi aziende che estraggono oro, rame, petrolio. Nessuno osa condannare nessuna compagnia petrolifera per i disastri che ci lasciano dopo aver distrutto le nostre risorse naturali. Né vediamo pronunciamenti giudiziari per costringere il sistema ad aprire le porte del sistema previdenziale o delle Università a favore dei più bisognosi. In campo penale si arriva all’estremo di aver trasformato istituzioni in moneta sonante o come merce di scambio per vergognose trattative politiche. Ciò ha generato migliaia di morti durante la pandemia COVID, di cui ovviamente nessuno è responsabile.  Tuttavia, i casi giudiziari che hanno a che fare con leader politici scomodi per le élite della Regione aumentano a ritmi vertiginosi e le condanne vengono ottenute a tempo di record. Senza dilungarsi troppo, credo che si fondamentale iniziare la mia riflessione partendo dal lavoro di James Ferguson[1].

Laurence Engel (2000), sostiene che se la legge, essenzialmente il diritto penale, quell’orribile mostro che cerca sempre di distruggere la dignità umana, è improvvisamente diventato cardine nelle nostre società, trasformando i giudici improvvisamente in protagonisti della scena politica; l’autore sostiene che ciò è sintomatico di una trasformazione sistemica[2]. I giudici, ora protagonisti, non dovrebbero essere personaggi da romanzo ma funzionari che devono condannare di fronte alle prove e assolvere in mancanza di esse. Invece, all’interno di un diffuso sistema di lawfare, si assiste ad un processo di ‘giudiziarizzazione della politica’. L’impatto di questo fenomeno, sfaccettato e complesso, è riuscito a trasformare le relazioni tra gli attori del conflitto sociale, generando distorsioni nel dibattito pubblico sull’idea di cosa significa giustizia. Nello sfacelo delle ‘democrazie’ latinoamericane la disperata ricerca di un nemico è all’ordine del giorno. Quei nemici, che in Europa e negli Stati Uniti sono stati spesso identificati in marginali, zingari, omosessuali, minoranza etniche, eccetera, in America Latina sono tutti quei soggetti e attori che ritengono che le disuguaglianze sociali siano di per sé una forma di violenza e siano anche causa di buona parte dei problemi che affliggono la vita delle classi subalterne. E in questo le élite che sostengono un sistema di lawfare, ovviamente, hanno un ruolo fondamentale. Casi come la destituzione di Manuel Zelaya in Honduras e di Evo Morales in Bolivia, l’incarcerazione di Lula Da Silva in Brasile, le azioni penali contro Cristina Fernández de Kirchner in Argentina, il procedimento (invalidato) contro l’ex presidente Rafael Correa in Ecuador, dimostrano chiaramente che il cosiddetto lawfare in America Latina altro non sia che una “guerra giudiziaria” condotta contro i leader politici del “ciclo progressista”[3].

 La guerra giudiziaria, da alcuni definita anche “democrazia giudiziaria”[4], “giuristocrazia”[5] o “svolta giudiziaria”[6], è stata oggetto di molteplici indagini e analisi accademiche in diverse parti del mondo. Ad esempio, Andrés Ferrari Haines, ha scritto “Un falso processo giudiziario”. Questo breve ma fondamentale articolo ben illustra le atroci distorsioni che hanno portato al processo contro Lula da Silva e l’uso strumentale del diritto contro di lui. In particolare, sottolinea come un sistema di lawfare, e di giudiziarizzazione della politica non può esistere senza l’aiuto di una stampa sempre al servizio delle grandi potenze economiche, completamente dedita al mantenimento dello status quo prevalente. Ad esempio, la rivista Veja o il sito R7 del canale Record Television, in Brasile, hanno pubblicato immagini del “lussuoso appartamento di Lula a Guarujá” che successivamente sono stati obbligati a rimuovere da Internet perché ovviamente erano notizie false che distorcevano la realtà. Per fortuna esistono anche nella stampa voci fuori dal coro, ma sempre più spesso provenienti da oltreoceano; ad esempio in un articolo del giornalista polacco Maciek Wisniewski, intitolato ‘Las (in) justicias’ ho potuto leggere quanto segue: “Il presidente X ha accusato di aver presumibilmente ricevuto da una società un lussuoso appartamento arredato a piacere della moglie (ora deceduta) in cambio di contratti governativi – un appartamento che alla fine non è così lussuoso, così ben arredato, né, ovviamente, suo- Quest’uomo è stato condannato a 12 anni di carcere in un vero e proprio “bliztkrieg legale” e ora è dietro le sbarre. Le prove? Non ci sono”.

Ciò che mi preme sottolineare in questo pezzo è che la legge non appartiene esclusivamente ai giuristi. Durante i miei studi, all’Università di Padova e all’Università di Bologna, docenti come Mosconi, Sbraccia, Vianello, Santorso mi hanno fatto scoprire che nessuna analisi su questioni giuridiche può essere svolta al di fuori della concretezza della realtà sociale. Se intendiamo seriamente analizzare il fenomeno della giudiziarizzazione della politica, dobbiamo abbracciare un approccio multidisciplinare, includendo oltre al diritto discipline quali: sociologia, antropologia, filosofia. Altrimenti corriamo il rischio di essere eternamente intrappolati nella logica del dominio[7] e di rimanere intrappolati nelle paludi del lawfare. Secondo Schrage (2019), l’ordinamento giuridico è un edificio complesso, un autentico labirinto costruito con un linguaggio strano, attraverso il supporto di istituzioni, codici, manuali psichiatri, università e circoli di intellettuali, che ha lo scopo di propinarci l’illusione che la legge sia una costruzione che sta al di sopra della società[8] quando in realtà altro non è che una sua derivazione. Una società basata sull’idea di classe, una società apertamente ingiusta e iniqua avrà un sistema giudiziario con la medesima struttura. Progettare e applicare la giustizia dall’alto, trasformare i giudici in rock star, interamente assorbiti della loro rappresentazione mediatica e politica, rappresentano solamente alcune degli elementi che ci aiutano a capire come inquadrare l’idea di lawfare, almeno nel contesto latinoamericano. Oltre ai tribunali, i media ne sono parte cruciale, diventano strumento imprescindibile per la giudiziarizzazione della politica. Tuttavia, la ricerca troppo spesso se ne dimentica. L’aggiustamento strutturale imposto attraverso il lawfare, retoriche di legittimazione calate dall’alto trovano fondamento nella narrazione mediatica: essa si fa megafono di paure socialmente definite e orientate allo smantellamento dello stato sociale.

Da un punto di vista socio-giuridico si può affermare che la giudiziarizzazione della politica deve essere concepita come un fenomeno il cui impatto su politiche e relazioni/conflitti sociali è sia materiale sia simbolico. In altre parole, oltre a mostrare un’influenza decisiva sui modi in cui vengono elaborati piani e programmi statali e su come vengono gestiti i conflitti, può anche generare cambiamenti negli orizzonti di intelligibilità degli attori. In breve, la concretezza di tale fenomeno in America Latina può essere capita solamente attraverso un’analisi multidimensionale del suo impatto e degli effetti dei processi giudici e penali, intesi come fenomeni dalle profonde implicazioni politiche e sociali[9].

 La complessità dei meccanismi del lawfare e dei relativi processi di giudiziarizzazione della politica meriterebbero un’analisi più approfondita e indubbiamente un’attenziona maggiore da parte di ricercatori e accademici non solo in ambito prettamente giuridico. Arrimada si chiede se “la giudiziarizzazione della politica è destinata a restare”?[10], io credo fermamente di no, che nonostante tutto le pulsioni dal basso riusciranno a arginare i processi di giudiziarizzazione della politica. Ritengo che il conflitto sociale possa rallentare ma non si fermerà perché, come parafrasando Foucault, dove c’è potere c’è resistenza e molti continueranno a lottare per la propria esistenza, per i propri ideali e per la vita dei più deboli.


[1] FERGUSON, James. Power topographies. In NUGENT, David; VINCENT, Joan (eds.). A companion to the anthropology of politics, Blackwell Publishing: Londres. 2007.

[2] RAMÓN FERNÁNDEZ Tomas, Los jueces y la política, disponibile https://www.revistadelibros.com/articulos/la-judicializacion-de-la-politica

[3] KATZ, Claudio. Desenlace del ciclo progresista. En Estudios críticos del desarrollo, vol. VII, nº 12, 2017, pp. 87-122. k

[4] KALUSZYNSKI, Martine. La judiciarisation de la société et du politique. Ponencia presentada en Face à la judiciarisation de la société, les réponses de la Protection Juridique. Paris, Francia, 2006.

[5] HIRSCHL, Ran. “Juristocracy”. Political, not Juridical. En The Good Society, 13(3), 2004, pp. 6-11.

[6] MARTÍN, Lucas. Giro judicial y legitimidad pública en la política argentina. En CHERESKY, I. (ed) Ciudadanía y legitimidad democrática en América Latina, Buenos Aires: Prometeo, 2011.

[7] BOURDIEU, Pierre. The force of law: Toward a sociology of the juridical field. En Hastings LJ, 38, 805, 1986.

[8] ITCHELL, Timothy. Society, economy, and the State effect. En G. STEINMETZ (ed.) State/culture: State-formation after the cultural turn, Ithaca, NY: Cornell University Press, 1999, pp. 76-9

[9] SCHARAGE, Andrés, Más allá del Lawfare: Avatares de la Judicialización de las Políticas Públicas y los Conflictos Sociales en Argentina y América Latina, Revista de Direito da Cidade, vol. 12, nº 1. ISSN 2317-7721. Pág 300

[10] ARRIMADA, Lucas. Las 10 razones para judicializar la política. En Diario Perfil, 2017. Disponible en: https://www.perfil.com/noticias/politica/las-10-razones-para-judicializar-la-politica.phtml. Acceso: 12/05/19.

Per citare il post:

Pedro G. (2020) La persecuzione giudiziaria del ciclo riformista: lawfare in America Latina. Disponibile al link:

https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/10/08/2988/