Pubblichiamo il contributo di Luca Daminelli (Università di Genova), un racconto di Ventimiglia, sui meccanismi di controllo da parte delle polizie francese e italiana e delle autorità locali, ma anche sulle pratiche di resistenza e di solidarietà di questa frontiera che non va dimenticata, lente preziosa da cui guardare la continua riconfigurazione dei confini.

Ringraziamo Luca per il post. Buona lettura!

Ventimiglia. I sogni degli Stati e quelli delle persone

di Luca Daminelli

Il dispositivo frontiera

“Le attività prima del confine, al confine, attraverso il confine e dietro il confine sono tutti elementi cruciali nell’efficace controllo del confine medesimo”

Ilkka Laitinen, direttore esecutivo di Frontex

La prima fermata dopo Ventimiglia in direzione di Nizza è Menton-Garavan, una piccola stazione ferroviaria in corrispondenza della località balneare di Garavan, appunto. Questa stazioncina di provincia ha un ruolo centrale nel dispositivo di frontiera messo in atto a partire dal 2015, in seguito alla cosiddetta Crisi dei rifugiati e la conseguente chiusura dei confini interni europei. Ogni treno che transita, compreso quelli a lunga percorrenza come il Thello Milano-Nizza, viene fermato per dare modo alla PAF, la Polizia di frontiera francese, di salire a bordo ed effettuare controlli sui passeggeri. Ciò che viene chiesto alle persone a bordo non è di possedere un biglietto in regola, ma piuttosto di mostrare un documento che permetta di attraversare il confine fra Italia e Francia, materialmente situato poche gallerie prima della stazione. Gli agenti svolgono queste operazioni selezionando le persone da controllare sulla base dell’abbigliamento indossato, dell’aspetto fisico e del colore della pelle. Un’immagine lampante di come la frontiera agisca all’intersezione fra classe e razza.

Le persone che non possiedono un documento valido vengono rastrellate, fatte scendere dal treno e caricate sulle camionette della Polizia, sempre presenti nel piccolo parcheggio di fronte alla stazione, per poi essere portate al confine. Lo scorso 8 ottobre, nel tentativo di eludere i controlli di polizia, un ragazzo è morto folgorato mentre viaggiava nascosto sul tetto di un treno; sono numerose inoltre le testimonianze di persone contro le quali è stato fatto uso di spray urticante e che sono state fatte scendere con la forza dai treni, perché nascoste nei bagni o perché si rifiutavano di seguire gli agenti. Le stesse operazioni avvengono nelle stazioni di Sospel e Breil-sur-Roya, sui treni che transitano in direzione di Nizza attraverso la Val Roja, territorio montano alle spalle di Ventimiglia.

Controlli di polizia sono presenti anche in corrispondenza del confine sulle due strade che uniscono Ventimiglia e Mentone e in autostrada in corrispondenza del primo casello autostradale francese, La Tourbie. Qui, dopo il pedaggio, le automobili vengono fatte rallentare e scrutate all’interno da poliziotti e gendarmi; in caso vengano ravvisate presenze sospette a bordo, le auto vengono fatte accostare e perquisite in maniera accurata. Camion e autobus vengono invece deviati, fermati e controllati sistematicamente.

I numerosi sentieri di montagna che varcano il confine sono controllati con droni e pattugliati dalla Legione Straniera. Il più conosciuto è il Sentiero del Passo della Morte che unisce il paesino di Grimaldi Superiore a Mentone, utilizzato a più riprese nel corso del secolo scorso per il contrabbando fra i due paesi nonché da esuli politici, ebrei in fuga dalle leggi razziali e lavoratori italiani irregolari per raggiungere la Francia. Questo cammino è tristemente famoso per lo strapiombo dove si rischia di cadere, nel caso si sbagli direzione poche decine di metri dopo la linea di confine; periodicamente i segnavia lungo il sentiero vengono cancellati o modificati, compromettendo la sicurezza di chi lo percorre. L’ultimo caso di una persona dispersa, della quale non si hanno più notizie, risale allo scorso 20 ottobre.

Sentiero del Passo della Morte, la recinzione al confine Sullo sfondo si intravede Mentone

Tutti/e coloro che vengono fermati durante i controlli vengono accompagnati al posto di polizia di frontiera francese di Ponte San Luigi per l’identificazione: a ciascuno/a viene dato un documento chiamato refus d’entrée e poi vengono fatti/e attendere all’interno di container durante lo svolgimento delle pratiche per il loro respingimento in Italia. Dalle conversazioni avute con le persone respinte, questo luogo risulta essere assolutamente inospitale e in condizioni igienico sanitarie pessime: bagni sporchi, solo poche panche dove sedere in attesa del rilascio, al punto che per via del sovraffollamento spesso si è costretti a passare questo tempo in piedi oppure seduti o sdraiati per terra. Le persone che vengono fermate dopo le ore 19 solitamente sono costrette a passare l’intera notte in queste condizioni. Finita quest’attesa, chi viene respinto/a è affidato/a alle autorità italiane, per poi essere rilasciato/a sul lato italiano del confine a circa una decina di chilometri da Ventimiglia.

Per dare sostegno alle persone respinte, da qualche anno gli/le attivisti/e di Kesha Niya hanno allestito un punto di ristoro, dove i/le migranti possono avere da bere, da mangiare, informazioni pratiche e legali, nonché i biglietti per le poche corriere, costretti/e altrimenti a percorrere a piedi l’intero tratto per tornare in città. Questo luogo solidale è fondamentale, non solo per il sostegno materiale che fornisce alle persone in transito, ma anche perché consente un monitoraggio costante sul numero e la natura dei flussi e dei respingimenti. Durante i turni al presidio, succede spesso di incontrare minori respinti in maniera illegale dalla polizia francese: secondo il sistema normativo a tutela dei minori stranieri non accompagnati, tutti/e i/le minorenni rintracciati dovrebbero essere presi/e in carico dai servizi sociali competenti e accompagnati/e in un luogo sicuro. Per aggirare questo ostacolo, in più di un’occasione, le autorità francesi hanno scritto sul refus d’entrée una data di nascita differente da quella dichiarata o attestata dalla persona in questione, facendola risultare come maggiorenne e respingendola.

Secondo i dati registrati al presidio in frontiera, nel corso dell’estate scorsa c’è stata una media di respingimenti giornalieri ben superiore alle cento persone, con picchi anche di duecento in un solo giorno nel corso del mese di agosto. In questo momento, a causa delle restrizioni di movimento dovute al contenimento dell’epidemia, il flusso sembra aver rallentato e i respingimenti si aggirano intorno alla cinquantina al giorno.

La composizione dei flussi si è modificata nel corso degli ultimi mesi: se a luglio ed agosto, le persone arrivavano soprattutto dalla rotta balcanica, in particolare da Siria, Iraq, Kurdistan, Afghanistan, Pakistan e Bangladesh, verso la fine dell’estate e dall’inizio dell’autunno la rotta prevalente è quella in arrivo dal Mediterraneo Centrale, con origine negli Stati dell’Africa Subsahariana. Se confrontiamo questi dati con i report provenienti dal confine alpino fra Italia e Francia situato in Alta Val Susa, sembrerebbe esserci una sorta di rapporto a vasi comunicanti fra la rotta che passa per Ventimiglia e quella per Claviere, che meriterebbe di essere approfondito: quando dal confine alpino transitano soprattutto persone in arrivo dai Balcani, da quello marittimo passano in maggioranza migranti provenienti dalla rotta mediterranea e viceversa.

Il presidio di Kesha Niya è stato più volte al centro delle attenzioni dei residenti che ne osteggiano l’esistenza nei pressi delle loro case, pertanto si è dovuto ripetutamente spostare, fino ad arrivare all’attuale collocazione a circa 2 km dal confine, proprio in corrispondenza della strada per Grimaldi Superiore. I controlli sulle persone migranti non si limitano alle immediate vicinanze della linea di confine: in virtù del combinato disposto fra il Regolamento di Dublino e gli accordi di Chambery stipulati nel 1997, tutti/e coloro che vengono fermati nella zona di frontiera, corrispondente con la provincia delle Alpi Marittime, possono essere respinti in Italia. Pertanto, le operazioni funzionali ai respingimenti sono molto frequenti almeno fino alla città di Nizza, situata a oltre 35 km dal confine. Non solo, i controlli di polizia avvengono già sul lato italiano della frontiera: è piuttosto frequente trovare gruppi di agenti all’imbocco del binario della stazione di Ventimiglia da cui partono i treni per la Francia. Anche qui, in base a una selezione fondata soprattutto sui tratti somatici, alle persone viene chiesto di mostrare i documenti e a coloro che non ne sono in possesso viene impedito l’accesso al treno. Queste operazioni non sono svolte soltanto dalle forze dell’ordine, ma spesso anche da sorveglianze private che percorrono e rastrellano i treni prima della partenza da Ventimiglia, indice di come ci sia una molteplicità di soggetti impegnati nella governance della frontiera.

Questo filtraggio a volte avviene sui treni ben prima della stazione di Ventimiglia: ci sono testimonianze di migranti fatti scendere dal treno a decine di chilometri dalla cittadina di confine. Questa pratica probabilmente rientra nelle tecniche di decompressione territoriale della frontiera, funzionale a limitare i numeri delle persone ferme a Ventimiglia, in modo da non rendere troppo visibile la presenza migrante e non compromettere la vocazione turistica della cittadina ligure. Questa stessa logica portava fino all’estate scorsa ad effettuare periodicamente rastrellamenti per le strade della città e deportazioni con autobus scortati dalla Polizia fino all’hotspot di Taranto.

Tutte le pratiche fin qui descritte ci parlano chiaramente della rimaterializzazione dei confini nel cuore di quell’Europa che, ai nostri occhi di cittadini europei, potrebbe apparire come uno spazio liscio liberamente percorribile. Non solo, sono anche l’esempio di come il dispositivo di frontiera si estenda ben al di là del luogo fisico del confine e si articoli in una molteplicità di tecniche, burocrazie, controlli che cuciono il confine addosso alle persone in movimento, agendo su di esse una violenza strutturale, anche a poche decine di chilometri da casa nostra.

L’accoglienza negata

Lo scorso 31 luglio il Campo della Croce Rossa situato nell’estrema periferia di Ventimiglia ha chiuso. Questa struttura, aperta nel 2016, era l’unica forma di accoglienza sul territorio e rappresentava un unicum dal punto di vista giuridico: né un CARA, né un hotspot, non era assimilabile ad altri tipi di campi esistenti in Italia ed ospitava sia persone in transito verso la Francia, che altre che avevano deciso di effettuare la richiesta d’asilo in Italia. Questo luogo presentava svariate problematiche: l’assenza di spazi dedicati esclusivamente ai minori e alle donne, la presenza costante delle forze dell’ordine che disincentivava l’acceso delle persone preoccupate di essere identificate e la notevole distanza dal centro cittadino, ma restava l’unica soluzione abitativa dopo lo sgombero dell’aprile 2018 del campo informale nato lungo il fiume e la chiusura dell’accoglienza per donne e minori allestita presso la Chiesa delle Gianchette, avvenuta nell’agosto 2017.

Lo spostamento ai margini estremi del territorio cittadino rientra nell’ottica precedentemente accennata dell’invisibilizzazione della questione migratoria a Ventimiglia. I/le migranti vivono un paradosso: sono iper visibilizzati/e e controllati/e dai dispositivi di frontiera, ma al contempo si cerca di renderli/e invisibili agli occhi dei turisti per preservare la principale risorsa economica della cittadina ligure. Accade molto spesso di vedere gruppi di migranti allontanati dai luoghi centrali della città: se si siedono nei pressi della stazione, dopo pochi minuti interverranno pattuglie di Polizia o Carabinieri per invitarli a spostarsi, quando si siedono sui prati del parco comunale, lo stesso invito viene fatto loro dai volontari della Protezione Civile. Il sindaco di Ventimiglia Scullino e il Prefetto di Imperia Intini quest’estate si sono premurati di ripetere più volte che a Ventimiglia non esistesse nessuna questione migratoria, proprio mentre ogni giorno venivano effettuati centinaia di respingimenti. Nei confronti delle persone in transito vediamo agire un doppio confine: quello fisico fra Italia e Francia e quello ideologico che si nutre delle dicotomie decoro-degrado e centro-periferia, che rappresentano la povertà come qualcosa di indecoroso e degradante che va tenuto ai margini della vita delle nostre città. Queste persone non sono solo migranti, ma anche poveri/e, non rispondono ai canoni estetici della località costiera di villeggiatura e quindi vanno tenuti lontani dallo sguardo di chi va a Ventimiglia per passare le proprie vacanze o giunge dalla Francia per fare spese di alcolici e sigarette, approfittando dei più bassi prezzi italiani.

La zona alla foce del fiume Roja dopo l’alluvione di inizio ottobre

Con la fine dell’esperienza del campo della Croce Rossa, alle persone in transito non resta che dormire all’aperto, principalmente in spiaggia o lungo la riva del fiume.

Nella notte fra il 2 e il 3 ottobre scorsi un’alluvione ha pesantemente colpito la città di Ventimiglia e il territorio della Val Roja. Le strade della città sono state invase dal fango, uno dei ponti che univano le due sponde del fiume è stato portato via dall’impeto dell’acqua, la spiaggia è stata completamente invasa da rifiuti e detriti portati a valle dalla piena. Nei giorni successivi ben dieci corpi senza vita sono stati rinvenuti in mare nella zona fra Ventimiglia e Bordighera; soltanto due di essi sono stati identificati, per tutti gli altri le autorità non hanno saputo fornire le generalità e nessuno li ha reclamati. Dopo alcuni giorni di attenzione mediatica, la questione dell’identificazione dei cadaveri è scomparsa dalle cronache locali, lasciando spazio ad una domanda che nessuno o quasi ha formulato pubblicamente e alla quale probabilmente non verrà mai data risposta: si trattava di migranti che dormivano sulle sponde del fiume Roja?

Fango, virus e autodeterminazione

I rifiuti e le macerie lasciate dall’esondazione del fiume Roja sono stati ammassati per giorni con camion e ruspe nel piazzale antistante il cimitero di Ventimiglia. In quello stesso luogo, da quasi quattro anni Kesha Niya e altre realtà solidali del territorio come Roya Citoyenne ogni sera effettuano la distribuzione di pasti caldi, mentre Progetto20k distribuisce vestiti, coperte ed energia elettrica per ricaricare i cellulari tramite un piccolo generatore.

Questo luogo solidale è stato conquistato con la perseveranza di volontari/e ed attivisti/e, nonostante un clima di costante intimidazione da parte delle forze dell’ordine: sistematicamente il momento della distribuzione è presidiato da almeno due camionette di Polizia, Carabinieri o Guardia di Finanza e periodicamente tutti i/le solidali presenti vengono identificati dalle forze dell’ordine. D’altronde Ventimiglia è lo stessa città dove, nel 2016, l’allora sindaco Ioculano aveva emanato un’ordinanza che vietava la distribuzione di cibo in strada e dove nel periodo fra il 2015 e il 2018 fogli di via hanno colpito decine di solidali attivi/e sul territorio.

La scelta di utilizzare questo piazzale come discarica a cielo aperto sembra un tentativo subdolo di eliminare uno dei pochi spazi di solidarietà a ridosso del centro cittadino e disumanizzare uno spazio nel quale le persone in transito possono trovare un angolo di “normalità”, mangiando, chiacchierando, tirando quattro calci a un pallone o lanciandosi un frisbee, prima di tornare alla precarietà e alla preoccupazione di dover inventare un giaciglio per passare la notte.

Una persona consuma la sua cena al piazzale della distribuzione dopo l’alluvione di ottobre

L’alluvione non ha fatto altro che moltiplicare i paradossi e le difficoltà in questa terra di confine: la settimana successiva all’esondazione, in occasione di una delle distribuzioni serali, le forze dell’ordine hanno minacciato di multare le persone presenti nel caso non avessero rispettato le disposizioni sanitarie su distanziamento e mascherine, mentre queste stesse persone stavano consumando il pasto fra il fango e i rifiuti ammassati. Più che una reale preoccupazione per la situazione igienico-sanitaria, la pandemia sembra aver offerto uno strumento ulteriore di pressione e intimidazione, altrimenti non si spiegherebbe la totale assenza di strutture mediche cui i migranti possono rivolgersi, fatta eccezione per il medico disponibile presso i locali della Caritas locale per una sola ora a settimana.

Non è raro che le persone incontrate al presidio in frontiera o alla distribuzione serale abbiano bisogno di cure e medicazioni, tutte portano sul proprio corpo i segni del lungo viaggio affrontato: che arrivino dalla rotta balcanica o dalla Libia, sono in viaggio da molti mesi – a volte anni – e hanno vissuto in prima persona la violenza dei confini, delle polizie o delle milizie, prima di giungere su questo ennesimo confine militarizzato.

Se si cammina lungo il sentiero di Grimaldi, l’attenzione viene subito attirata dalla grande quantità di vestiti e fogli strappati abbandonati ai margini del cammino; le persone si liberano di ciò di cui non hanno bisogno prima di provare a mettersi in cammino verso Mentone. Oltre ai refus d’entrée, i biglietti del treno e le notifiche d’espulsione, quest’anno un nuovo tipo di documento ha fatto la comparsa in questi cumuli: il foglio che attesta la fine della quarantena covid dopo lo sbarco in Italia. Rovistando fra questi documenti abbandonati è facilmente verificabile che spesso, contestualmente alla fine dell’isolamento, venga notificato un decreto di espulsione, precludendo di fatto la possibilità di effettuare una richiesta d’asilo in Italia. Un esempio chiaro di come uno strumento nato per questioni sanitarie venga piegato alle esigenze securitarie di controllo delle frontiere e di negazione dei diritti delle persone migranti.

Documenti rinvenuti lungo il Sentiero del Passo della Morte. Si può notare la contemporaneità della fine della quarantena col decreto di espulsione dal territorio italiano

Il luogo chiave attorno a cui ruota la solidarietà a Ventimiglia è il Bar Hobbit, a pochi passi dalla stazione, la cui proprietaria Delia Buonuomo ha preso la decisione controcorrente di aprire le porte del locale ai/alle migranti. Consumando un caffè o una lattina, le persone in transito hanno la possibilità di ricaricare il cellulare, usare il bagno, cambiarsi d’abito ed entrare in contatto con la rete di solidarietà attiva sul territorio.

Il ruolo svolto dai solidali e in particolare da Progetto 20k non è semplicemente quello di fornire vestiti, cibo e supporto materiale ai/alle migranti, ma anche quello di dare loro tutte le informazioni necessarie a prendere decisioni consapevoli sulla prosecuzione del viaggio. Un lavoro di empowerment che avviene attraverso il supporto legale, il passaggio di informazioni in merito all’eventuale scelta di richiedere asilo in Italia, ma anche sulle possibilità di attraversamento della frontiera in maniera autonoma, senza andare a finanziare ed alimentare il florido mercato locale dei passeurs.

Seguendo i ragionamenti di Sandro Mezzadra e Brett Neilson in Border as method (2013), sappiamo che il ruolo dei confini oggi non è tanto quello di bloccare i flussi, ma piuttosto filtrare e selezionare le persone in funzione di un’inclusione differenziale. Il dispositivo frontiera in qualche modo prevede la sua stessa porosità solo in funzione della produzione di soggettività deboli; questo processo di soggettivazione e assoggettamento avviene attraverso tutte le tecniche raccontate in questo articolo: il controllo dei corpi, la negazione della libertà di movimento, la violenza agita, ma anche e soprattutto attraverso tecniche di ritardo temporale, come i respingimenti e le deportazioni, che impongono alle persone migranti temporalità eterodirette.

Se “gli Stati inseguono il sogno di mettere i movimenti migratori in accordo coi bisogni economici e sociali stabiliti dalle analisi statistiche delle dinamiche del mercato del lavoro, dagli studi demografici e dalle priorità politiche” (Mezzadra e Neilson, 2014, 178), allora la frontiera diventa un campo di battaglia fra i sogni degli Stati e quelli delle persone che cercano di realizzare il proprio progetto migratorio nel luogo e nei tempi desiderati. In questa contesa, il ruolo degli/delle attivisti/e e dei/delle solidali diventa quello di alimentare questo sogno, fornendo gli strumenti e i saperi necessari all’autodeterminazione di ognuno/a.

Note

* Questa testimonianza nasce dalla mia esperienza a Ventimiglia come attivista di Progetto20k, un progetto di solidarietà dal basso a sostegno dell’autodeterminazione delle persone in transito per la frontiera italo-francese. Pertanto, si tratta di un contributo situato all’interno di una critica alle politiche migratorie europee, a partire dall’esperienza diretta della violenza che la frontiera agisce quotidianamente sulle persone in movimento. I ragionamenti e le testimonianze contenuti nell’articolo sono frutto di discussioni collettive, della vita quotidiana all’interno di una comunità di persone solidali e dei molti incontri e scambi con persone in transito.

Bigliografia

Mezzadra sandro e Neilson Brett (2014), Confini e Frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, Il Mulino.


Per citare questo post:

Daminelli L. (2020), “Ventimiglia. I sogni degli Stati e quelli delle persone”, in Studi sulla questione criminale online, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/11/26/ventimiglia-i-sogni-degli-stati-e-quelli-delle-persone/