Pubblichiamo con piacere la recensione di Omid Firouzi Tabar al prezioso libro di Annalisa Frisina, uscito lo scorso aprile per Carocci editore. Buona lettura!

Il libro di Annalisa Frisina, Razzismi contemporanei. Le prospettive della sociologia (Carocci 2020), è molto più di un manuale di sociologia di razzismo. Se è vero che si presta a rappresentare, nella sua veste di manuale accademico, un riferimento importante per studiose/i, ricercatrici/ricercatori e docenti, si presenta allo stesso tempo come una ricca cassetta di attrezzi e una densa fonte di elaborazione di pensiero e ricerca a disposizione di chi si trova impegnata/o, a vario titolo e livello, in percorsi antirazzisti di attivismo, supporto e solidarietà. 

Questa “polifunzionalità” trova le sue radici nel quadro epistemologico e metodologico che sottende lo sviluppo e la genesi del libro, elemento che viene esplicitato in particolare nel quarto capitolo. Qui troviamo un punto dirimente che arricchisce il dibattito, fin troppo timido in gran parte degli ambienti accademici, rispetto alla funzione della ricerca e della produzione e diffusione della conoscenza, intorno al ruolo stesso della/o studiosa/o e in riferimento al confine tra ricerca e attivismo. 

L’autrice innanzitutto sottolinea l’importanza, nella ricerca empirica, dell’approccio qualitativo, considerandolo il più adatto, nella sua “immersione” nel campo e nella sua messa a fuoco delle dinamiche e interazioni micro-sociologiche, a fare luce sulle pieghe e sugli interstizi delle molteplici relazioni di potere dentro un tessuto sociale strutturalmente permeato da dispositivi razzializzanti. Viene a questo riguardo specificato che il metodo qualitativo ben si presta a denaturalizzare il razzismo e torna utile per «andare oltre la trappola di accertare chi sia o meno razzista, perché permette di riflettere criticamente su quali siano le attività razziste (discorsi e pratiche), che possono essere messe in atto anche da coloro che si sentono al di sopra di ogni sospetto» (p.169). L’attenzione alla metodologia e la sensibilità al dato empirico sono testimoniate dal costante riferimento a ricerche, casi studio e inchieste sul campo che rappresentano un costante supporto alle riflessioni lungo il corso del volume. 

Una seconda importante postura metodologica che Annalisa Frisina assume, riprendendo tra l’altro il lavoro di Jasmine Gunaratnam, riguarda la consapevolezza che la ricerca stessa, soprattutto quella etnografica, si trova inevitabilmente collocata all’interno delle dinamiche di potere, di dominio e di gerarchizzazione sociale che essa stessa punta a individuare, demistificare e decostruire criticamente. 

Riprendendo infatti da Gunaratnam il concetto di “riflessività critica” ci viene ricordato dall’autrice come la ricerca sia «prodotta all’interno di relazioni sociali razzializzate e può riprodurle», e che, proprio per via di questo “rischio”, sia importante adoperarsi per fare sì che sia «contestualizzata nelle relazioni di potere esistenti in una data società e bisogna lavorare “con e contro” le categorie prodotte dai processi di razzializzazione…» (p.168). 

Frisina, riprendendo le riflessioni di Douglas Harper, sottolinea a proposito la funzionalità delle ricerche visuali, le quali, soprattutto se sviluppate insieme a soggetti razzializzati con approcci collaborativi e compartecipativi, possono a suo avviso «essere messi al servizio di un processo di democraticizzazione e decolonizzazione della ricerca», e «rappresentare uno spazio sicuro dove poter generare discorsi contro-egemonici». (p.184)

Contro la presunta oggettività e neutralità dello studio scientifico, e contro le ipotesi della cosiddetta “giusta distanza”, l’autrice dunque preme sull’esigenza di collocarsi su un piano di immanenza nei confronti dei processi sociali mettendo così apertamente in conto di lasciare il proprio segno con un atteggiamento, ci verrebbe da dire, di tipo “partigiano”. 

Questo tipo di orientamento finisce con il conferire esplicitamente alla sociologia una funzione emancipatoria e, nel nostro caso specifico, a presentarla come dispositivo allo stesso tempo conoscitivo e performativo, in grado di rintracciare la razzializzazione e i conseguenti fenomeni di inferiorizzazione e subalternizzazione, ovunque essi si annidino, e di insegnare, operazione tutt’altro che banale, a de-colonizzare i nostri sguardi sul mondo che ci circonda.

Fin dalle prime pagine possiamo rintracciare una certa lettura del tema dei razzismi contemporanei che chiarisce la collocazione teorica del libro e ci consegna strumenti interpretativi da tenere in considerazione nei nostri studi, nelle nostre indagini e nelle nostre scelte e pratiche quotidiane antirazziste.

Frisina chiarisce, soprattutto nella accurata selezione delle autrici e autori passate/i in rassegna, una certa distanza dagli approcci comportamentisti focalizzati intorno al tema dell’ignoranza e del pregiudizio espresso dai singoli soggetti ricordandoci come non sia possibile addentrarsi nella tematica senza intrecciare riflessioni di carattere materialista con sguardi di tipo socio-culturale . 

Si sottolinea infatti, e ci sembra questo uno stile di analisi fondamentale, come la posta in gioco sia «esplorare gli effetti della razzializzazione» (p.12), focalizzando l’attenzione «sulla molteplicità dei modi attraverso i quali le gerarchie razziali vengono riprodotte e contestate» (p.13). 

Riprendendo puntualmente alcune/i poniere/i della sociologia del razzismo come Anna Julia Cooper e W.E.B. Du Bois, e appoggiandosi a una parte importante della letteratura moderna e contemporanea femminista e post-coloniale (Davis, Crenshaw, Hall, Fanon, Guillaumin, Mezzadra, Mellino per citarne alcune/i), Frisina indica il primato assoluto della dimensione storico-politica del razzismo e, rifacendosi alle intuizioni di Stuart Hall, insiste sul fatto che «il razzismo riguarda tutti e non soltanto i soggetti razzializzati perché la razzializzazione è un sistema complesso di distribuzione di gerarchie e di privilegi, simbolici e materiali, che investe l’intera trama sociale» (p.53). 

A rafforzare ulteriormente questo ragionamento il testo insiste più volte sulla tendenza strutturale delle pratiche simboliche e materiali della razzializzazione a «naturalizzare i rapporti sociali e legittimare le disuguaglianze» (p.57) che sottendono le asimmetrie di potere e le relazioni di dominio che caratterizzano lo sviluppo e la riproduzione del capitalismo moderno e contemporaneo. 

Dentro questo quadro interpretativo, e in coerenza con esso, grande rilevanza viene attribuita, nel contesto di un approccio intersezionale, alla costante interazione tra il tema del genere e quello della “razza”. Ci viene infatti ricordato che «“sesso” e “razza” non sono dati di fatto, fuori dalla storia, ma sono dunque categorie politiche prodotte da specifici sistemi di oppressione – il sessismo e il razzismo – che sono interconnessi» (p.56), insistendo sul fatto che «l’articolazione di diversi sistemi di dominio è un tema centrale della sociologia femminista e la prospettiva intersezionale è ormai un riferimento teorico imprescindibile per gli studi sul razzismo» (p.60)

L’attenzione al tema è piuttosto marcata e viene ribadita anche quando, nel ribadire l’urgenza di affrontare la nostra eredità coloniale e le sue proiezioni sul nostro presente, viene affrontato il cruciale tema della “bianchezza” e, per dirla con Di Bois, della “white privilege”. Attingendo al pensiero di Suvi Keskinen – che insisteva sulla necessità di considerare il tema della bianchezza soprattutto dal punto di vista della costruzione di una maschilità bianca, che emerge in quanto condizione opprimente dal punto di vista contemporaneamente razziale e di genere – e alle riflessioni di Gaia Giuliani – che si sofferma sulla costruzione del maschi italiano, bianco e virile in contrapposizione alla de-umanizzazione e mostrificazione dei colonizzati e alla iper-erotizzazione delle colonizzate – precisa alcune caratteristiche della “bianchezza”:

«Sono soggettività maschili tutte costruite sul presidiare confini, sessuali e razziali, sull’immaginarsi salvatori della nazione bianca e delle sue donne, difensori della moralità di un occidente in declino, non solo per la presenza degli stranieri ma anche per colpa di femministe aggressive che si sono spinte troppo oltre il lecito». (p.78)

Particolarmente efficace, in favore di questa insistenza sulla «necessità di lavorare sulle interconnessioni dei sistemi di oppressione che operano simultaneamente» (p.61), risulta il riferimento al collettivo Combahee River Collective, che prende nome in omaggio a Harriet Tubman, una ex-schiava che nel 1853 guidò un assalto presso il fiume Combahee nella Carolina del Sud, liberando 750 schiavi durante la guerra civile americana; donne nere convinte che una rivoluzione socialista potesse garantire la loro liberazione soltanto in presenza di una contemporanea rivoluzione femminista e antirazzista. Altrettanto significativi risultano i “classici” richiami al pensiero e posizionamento di autrici come Angela Davis e Kimberlè Crenshaw, ma anche il riferimento a sociologhe femministe materialiste come Christine Delphy. Riprendendo gli studi della sociologa francese, Frisina rimarca ulteriormente l’urgenza di considerare i molteplici sistemi di dominio in termini di assemblaggi ibridi:

«I due (o più di due) sistemi di oppressione coesistono nello stesso tempo e nel medesimo spazio per gli attori sociali. E questa combinazione varia, non assomigliando mai a un’oppressione patriarcale pura, né a un’oppressione razzista pura. Le donne di un gruppo razzializzato sono vittime del razzismo e anche del sessismo. Le oppressioni non si aggiungono le une sulle altre in modo meccanico» (p.60).  

Non mancano naturalmente riferimenti alla questione di “classe” che attraversa regolarmente e trasversalmente i capitoli del libro e ribadisce l’importanza di una prospettiva materialista laddove ci si pone l’obiettivo di approfondire gli obiettivi dei dispositivi di razzializzazione. Viene a proposito sottolineato come, da una prospettiva marxista, il “privilegio bianco” sia funzionale al controllo del lavoro “nero” e di come, riprendendo le riflessioni di Satnam Virde, si presenti come «arma indispensabile delle èlite degli Stati-nazione europei per contenere le lotte di classe, fuori e dentro l’Europa» (p.153), ma anche come, tema particolarmente interessante e di estrema attualità, «a livello mondiale il movimento operaio non ha saputo ancora fare i conti con il patriarcato, il razzismo e il nazionalismo sciovinista» (p.154). 

Scendendo su un piano più specifico, quello della situazione italiana degli ultimi anni, la sottolineatura delle discriminazioni razziali sul lavoro e delle loro conseguenze materiali sulla linea della “classe” – tema che l’autrice integra alla sua esposizione indicando lavori come quelli di Devi Sacchetto, Francesca Alice Vianello, Fabio Perocco, Enrica Rigo e Nick Dines – è sviluppata soprattutto intorno al lavoro domestico e a quello agricolo, settori centrali nella riproduzione di una stratificazione razzializzata del mercato del lavoro e delle dinamiche di sfruttamento intensivo della manodopera. 

Qui forse, per la crescente centralità che stanno assumendo rispetto all’intreccio tra nuovi dispositivi di razzializzazione e nuove frontiere dello sfruttamento, avrebbero meritato un ulteriore approfondimento concetti come quello della “rifugizzazione” del lavoro, proposto da Rigo e Dines, e quello dei lavori di “pubblica utilità” proposti alle/ai richiedenti asilo. 

Si tratta di recenti processi di inclusione differenziale che mostrano in modo sempre più nitido quanto, dentro il quadro del capitalismo contemporaneo dove sfumano sempre più i confini tra produzione e riproduzione, la razzializzazione sia, non soltanto funzionale, ma pienamente immanente ai processi di valorizzazione economica. 

Una considerazione che mostra, d’altro canto, come rompere le relazioni e le gerarchie razziali sia immediatamente utile a destabilizzare le logiche di dominio che corrono lungo gli assi delle ingiustizie di “classe”. 

Mi preme terminare questi commenti soffermandomi, più in generale, sulla particolare angolatura con cui lo sguardo dell’autrice si posa sui temi passati in rassegna nel volume. Frisina, in coerenza con le scelte epistemologiche e di posizionamento accennate inizialmente e prendendo in seria considerazione la felice espressione di Michel Foucault per cui “non c’è potere senza resistenza”, privilegia il punto di vista delle/degli oppresse/i e ci presenta le relazioni di violenza e dominio come relazioni costantemente riconfigurate, a volte sconfitte, dalle resistenze e dalle insubordinazioni dei soggetti. In particolar modo, parlando delle soggettività esposte alla razzializzazione, evita accuratamente ogni tentazione vittimizzante, si tiene alla larga dalle dubbie categorie di “nuda vita” e “non persone”, ricordandoci che «anche nei contesti più opprimenti la struttura è stata messa in discussione dalla riflessività e capacità d’agire (personale e collettiva) degli attori sociali» (p.92).

Mi sembra infine particolarmente importante l’indicazione di intendere la decolonizzazione dei nostri sguardi come processo capace di performare quotidianamente le nostre vite, «un processo necessariamente aperto, personale e collettivo, di lunga durata e va praticato imparando da coloro che hanno continuato a lottare contro il colonialismo, da dentro e fuori l’Europa» (p.73).

Questa sorta di appello a disfarci di posture e atteggiamenti di natura coloniale e paternalistiche in ogni ambito della vita sociale, soprattutto in contesti di studio, ricerca e attivismo – se non portato alle estreme e dannose conseguenze di una sorta di snobbistica richiesta di avere rigide patenti e attestati di “decolonialità” e “politicità” – ci sembra un suggerimento prezioso per assumere tutto il potenziale trasformativo della ricerca e della produzione del sapere e intervenire sul nostro difficile presente disseminato di populismi, sessimi e razzismi. Messaggi che si concretizzano nel testo nella segnalazione e valorizzazione di molte iniziative e fenomeni di mobilitazione antirazzista e de-coloniale e nell’impegno personale dell’autrice in percorsi di attivismo orientati, tra l’altro, all’individuazione, segnalazione e critica delle tracce, spesso ben visibili, della storia coloniale italiana nelle nostre città.

Per citare questo post:

Firouzi Tabar, O. (2021), “Razzismi contemporanei. Le prospettive della sociologia” di Annalisa Frisina. Recensione di Omid Firouzi Tabar (Università di Padova. Blog Studi sulla questione criminale online, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2021/02/26/razzismi-contemporanei-le-prospettive-della-sociologia-di-annalisa-frisina-recensione-di-omid-firouzi-tabar-universita-di-padova/