Changing, Alisa Singer (IPCC Report 2021)

Proseguiamo la nostra cartografia Ecologica, iniziata con le riflessioni a partire dall’ultima pubblicazione italiana di Isabelle Stengers, con un’intervista di Xenia Chiaramonte (ICI Berlin) a Rosalba Altopiedi (UniTO) sul cambiamento climatico visto dalla prospettiva della criminologia critica. In perfetta continuità con il precedente contributo, Altopiedi mostra l’importanza cruciale dei movimenti sociali e delle lotte dal basso nel produrre sapere attraverso l’esperienza e nella capacità di sintonizzarsi col sapere esperto per costruire insieme una diversa narrazione della nostra era delle catastrofi. Al contempo ci si chiede in che modo un approccio di tipo criminologico possa servire la causa climatica e che forme il diritto mostra di possedere per affrontare un tema così complesso.

Ringraziamo affettuosamente Rosalba, buona lettura!

Una criminologia del cambiamento climatico? Intervista a Rosalba Altopiedi di Xenia Chiaramonte

RA: La “questione” ambientale rappresenta la sfida per eccellenza della nostra contemporaneità; ciò vale ancora di più oggi, dopo quasi due anni di emergenza pandemica, perché iniziamo a comprendere che la stessa pandemia è correlata allo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali e ai meccanismi di produzione e sovra-produzione agricola e animale. Tuttavia, a mio giudizio, non è corretto parlare di emergenza. Il cambiamento climatico, il global warming, il disboscamento, ecc. sono tutti fenomeni che ormai conosciamo ma che non hanno ricevuto la dovuta attenzione, ovvero non sono stati costruiti come problemi a cui occorre fornire un rimedio.

Nel suo The Cultural Silence of Climate Change Contrarianism (2012), Avi Brisman analizza la contesa mass-mediatica che coinvolge attori economici, politici, esperti e movimenti nel dimostrare o, viceversa, negare la realtà del cambiamento climatico. Lo studioso pone l’attenzione sulle campagne di diniego che producono un ‘silenzio culturale’ sul tema, anche in forza di messaggi contraddittori e confusivi che ostacolano il riconoscimento del fenomeno quale grave problema socio-ambientale e, al tempo stesso, cercano di delegittimare, depotenziare e sottovalutare le prove del cambiamento climatico già in atto. È chiaro che negare la portata del danno e la sua magnitudo è cruciale per escludere il problema dall’agenda politica e rinviarne la discussione pubblica.

Certamente si tratta di una questione assai complessa. Pur nella complessità si tratta di una sfida urgente, che occorre affrontare anche attraverso il confronto con saperi e discipline diversi, apprendendone il linguaggio, il lessico e alcuni strumenti di conoscenza.

Provo a fare un esempio rispetto a quanto ti ho appena detto. Se intendiamo occuparci della tutela degli ecosistemi, occorre innanzitutto partire dalla definizione di “ecosistema” che è data dalle scienze biologiche. Dalla definizione è possibile cogliere un primo elemento di riflessione importante. L’uomo è solo una delle parti che compongono un ecosistema formato da altri esseri: animali non umani, piante, laghi, fiumi, ecc. Ora, se si pensa a come il diritto abbia affrontato la questione della tutela ambientale (quando lo ha fatto), si nota che l’ambiente è sempre stato concettualizzato in modo strumentale, oggettivandolo, garantendone la tutela nella misura in cui ciò fosse utile all’uomo.

Ecco, se si partisse invece dall’idea che un ecosistema è un insieme di esseri viventi che condividono un ambiente, forse si potrebbero immaginare strumenti di tutela e di garanzia non centrati in via esclusiva su una visione antropocentrica. Quindi, un primo elemento di riflessione è il necessario rapporto tra il diritto e altri saperi. Occorre costruire delle comunità di conoscenza (non so se sia corretto o opportuno definirle in questo modo) che valorizzino il confronto e lo scambio tra saperi, ma – ancora di più – che siano in grado di accogliere anche quei saperi che non sono considerati esperti in senso classico, ciò che nella lingua inglese è reso dall’espressione “lay knowledge” e che noi potremmo tradurre come sapere esperienziale.

We speak for ourselves – era il motto dei movimenti per i diritti civili nell’America degli anni ‘50 e 60, che vale anche per questo caso. Noi parliamo per noi stessi. Se prendiamo sul serio (come credo sia giusto e necessario fare) questo motto, significa riconoscere la soggettività di gruppi anche marginali o marginalizzati (penso alle comunità indigene di cui parla, tra gli altri, Rob White) e prendere molto sul serio il sapere esperienziale di cui questi gruppi sono portatori, anche nella co-costruzione di conoscenza sui rischi e più in generale sulle corrette modalità di vivere in un dato ambiente.

XC: Tu facevi l’esempio dei popoli indigeni, ma la questione del sapere situato vale anche per dei movimenti più vicini.

RA: Sì. Le persone che sperimentano le conseguenze di un disastro spesso vengono – quando va bene – costruite come vittime di un disastro ambientale. In realtà in questo passaggio (che è già un passaggio ulteriore rispetto al fatto che spesso questi disastri vengono concettualizzati come se non avessero vittime dirette) si perde un elemento secondo me molto importante: cioè, che spesso queste persone sono portatrici di un sapere esperienziale che potrebbe essere integrato nel c.d. sapere esperto, senza necessariamente entrare in conflitto con esso. Anche se ovviamente i conflitti possono esserci e anche di molto intensi.

Penso al caso della Eternit perché me ne sono occupata. In anni in cui di amianto non è che non si sapesse niente, ma certamente non era così diffusa e unanimemente accettata la sua nocività, le esperienze degli operai e dei cittadini di Casale che si ammalavano tutti dello stesso “male” (la chiamavano la polvere), ha prodotto una conoscenza “locale” che è diventata una voce ascoltata anche nel dibattito scientifico e politico. Una conoscenza che si nutre della raccolta e condivisione delle storie individuali e dall’analisi dei fattori comuni alle diverse storie che alla fine produce una consapevolezza nuova.

Devi pensare che il sapere epidemiologico dell’epoca – ti parlo della fine degli anni ’80, inizio ’90 –, non aveva ancora a disposizione studi di coorte definitivi sulle esposizioni di carattere ambientale, e pertanto non poteva affermare con certezza che ci fosse un nesso tra queste e l’insorgere di mesoteliomi nei cittadini. Tuttavia, le esperienze e le analisi condotte a livello locale avevano compreso che tale nesso era altamente probabile. A Casale poi c’è stata un’alleanza tra i medici, il sindacato e l’associazione delle vittime della Eternit, un’alleanza cruciale nel fornire, da una parte, legittimità al movimento e, dall’altra, materiali ed esperienze messe a disposizione per fini di studio.

Un altro caso (ancora controverso) è quello della c.d. terra dei fuochi. La situazione è simile ma diversa. Qui c’è stato un conflitto circa il rischio di ammalarsi di patologie oncologiche, soprattutto nei bambini, tra ciò che gli esperti sostenevano e ciò che sostenevano i movimenti locali. I primi studi di coorte dell’ISS non trovarono un’incidenza maggiore di tumori nelle zone considerate; solo successivamente tale giudizio è stato, almeno in parte, riformato. Anche in questo caso la raccolta di storie di malattie tra gli abitanti e la loro messa in comune ha rappresentato un elemento cruciale per il crescere della consapevolezza e anche dell’attenzione da parte della scienza ufficiale.

Simon Kofe, Ministro degli Esteri di Tuvalu, Official Record COP 26

XC: Come si decide in situazioni di incertezza?

RA: Prendiamo la storia dell’amianto. Il legislatore fece un certo tipo di scelta. Siamo all’inizio degli anni ’90 e il legislatore decide di vietare completamente la produzione, l’utilizzo e il commercio dell’amianto nel territorio nazionale e lo fa in assenza di evidenze scientifiche definitive sull’esposizione ambientali. Infatti, il primo studio solido, epidemiologico pubblicato su una rivista internazionale è del 2000; la legge italiana è del 1992.

Non è che prima non ci fosse alcuna pubblicazione; c’erano degli studi che mostravano come non si ammalavano solo gli operai, cioè gli esposti professionali, oppure para-professionali cioè i familiari, ma anche i comuni cittadini. Il primo studio su questo era degli anni ‘70 ed è stato presentato in Sudafrica. Ma non c’era accordo nella comunità scientifica riguardo al ruolo delle sole esposizioni ambientali nel causare il mesotelioma.

Ma allora come mai il legislatore italiano compie quella scelta? La ricostruzione del dibattito attraverso la lettura dei lavori parlamentari è davvero illuminante. Le resistenze degli industriali dell’amianto e di alcuni politici vicini ad essi, devono cedere il passo davanti alle morti e alle malattie che, attraverso le storie raccolte a Casale, dalla piccola Camera del lavoro prima, e dall’associazione di vittime poi, raccontano di una tragedia in corso dalle proporzioni enormi.

È stato davvero sorprendente vedere citata negli atti parlamentari l’associazione delle vittime di Casale, nata solo quattro anni prima, tra gli attori significativi di cui occorreva tener conto nella decisione. Anche in assenza di una conoscenza definitiva prodotta dal sapere epidemiologico, il legislatore opta per il divieto totale. Un elemento cruciale in questa decisione è sicuramente assunto dalla particolare “costruzione” del problema dell’amianto come questione di sanità pubblica.

XC: Vedi un’occasione simile per i movimenti che non hanno una base territoriale ma che nascono già per così dire direttamente globali? Penso alla costellazione di movimenti sorti negli ultimi anni contro il cambiamento climatico.

RA: Il problema non è solo la carenza di base territoriale, che è estremamente importante. Secondo me ci sono alcuni movimenti non territoriali che hanno perso un po’ per così dire lo smalto iniziale e sono diventati un po’ attori istituzionali; su questi aspetti e più in generale sul ruolo dei movimenti per la giustizia climatica c’è il bel libro di De Marzo Per amore della terra. Libertà, giustizia e sostenibilità ecologica uscito nel 2018. Forse è diverso per i movimenti più giovani, come Extinction Rebellion o Fridays for Future.

Tu citavi il cambiamento climatico, il tema dei temi. A proposito di climate change ho trovato interessante la proposta di Rob White di fondare una climate change criminology, un campo di ricerca nel solco della green criminology e della criminologia critica. Un aspetto centrale è la chiamata che White fa nei confronti dei sociologi e dei criminologi affinché ci si impegni in una criminologia pubblica su questi temi. Dobbiamo entrare nei dibattiti.

La questione è veramente complessa. La questione del cambiamento climatico, un po’ come quella dei colletti bianchi, sfugge: Come misuriamo il danno? Chi sono le vittime? Come possiamo criminalizzare un comportamento che in genere corrisponde pienamente agli standard previsti dal sistema economico dominante e dai suoi attori più significati (corporation e gli stessi Stati stessi)?

XC: Questa questione la trovo molto interessante. Cosa aggiunge l’approccio criminologico a questioni del tipo: come si misura il danno? Come si individuano le vittime?

RA: La criminologia si è occupata ampiamente del danno sociale avviando un filone di studi ormai consolidato, la c.d zemiology, che non parte dalla valutazione criminale di un comportamento, perché è stato definito dal legislatore come criminale, ma dal danno che lo stesso produce. Tuttavia, nel caso del cambiamento climatico, del riscaldamento globale, anche questo passaggio non è affatto semplice, perché come valuti il danno prodotto dal cambiamento climatico? Qui un’altra volta il rapporto con le scienze “dure” è necessario.

E un altro elemento estremamente interessante per gli studi criminologico-critici è quello di andare a vedere chi sono le vittime. Anche in questo caso sono prevalentemente (o hanno maggiore probabilità di essere vittime delle conseguenze del cambiamento climatico) proprio quelle persone e quei gruppi che meno contribuiscono al problema.

Quindi qui bisogna fare attenzione a valutare le variabili, che sono quelle “classiche”: la classe, lo status socio economico, il genere e l’età. A sperimentare cambiamenti molto più pesanti sono i gruppi sociali più vulnerabili, i paesi che meno hanno contribuito alla situazione di crisi attuale. La cosa più difficile è individuare chi è responsabile. E d’altronde non sono sicura che criminalizzare questo comportamento sia la via giusta. Rimane il fatto che siamo davanti a un problema enorme: come individuare i responsabili?

Ad esempio l’ultimo libro di David White, Ecocide, individua le corporation come le principali responsabili, e, in effetti, non si può non essere d’accordo col fatto che i più grossi centri di emissione di gas serra o altre attività inquinanti siano le grandi multinazionali del petrolio. Tuttavia, non possiamo sottacere il ruolo dei governi soprattutto di quelli del Global North.

Io davvero non lo so se la via della criminalizzazione di questi comportamenti sia l’unica possibile; è proprio un dubbio. E allora si potrebbe dare ragione a Capra e Mattei quando scrivono che si dovrebbe proprio pensare a un diritto diverso. Mi riferisco alla loro proposta di un’ecologia del diritto. Il diritto per come è ora, questa faccenda non riesce a sbrogliarla. Anche le recenti azioni climatiche, penso ad Urgenda e alla nostra Giudizio Universale (vediamo come va) lasciano aperti un sacco di problemi. L’idea di rifondare il diritto su altre basi implica, se ho ben inteso la proposta di Capra e Mattei, una sorta di alfabetizzazione ecologica. Ma chiaramente se vai a vedere la proposta concreta anche lì è una faccenda complessa. L’idea stessa di alfabetizzazione tradisce poi un’impostazione paternalistica che personalmente a me disturba. Non ho mai assunto una posizione di quel tipo con movimenti con cui ho avuto modo di interfacciarmi, anzi a dire la verità ho imparato molto da loro. Tuttavia il problema resta: il diritto così com’è non riesce a fornire strumenti di tutela e preservazione del pianeta davvero efficaci.

C’è anche un’altra proposta di cui non abbiamo ancora parlato che potrebbe avere un senso: l’introduzione dell’ecocidio tra i crimini internazionali, quindi tra quelli previsti nella Carta di Roma. Ci sono proposte in tal senso. Si tratterebbe di trovare una definizione condivisa di ecocidio, e prevederlo come fattispecie tra i crimini per cui è competente il Tribunale Internazionale.

È chiaro che ci sono mille problemi ma la proposta merita attenzione. La stessa definizione di ecocidio che è stata formulata dall’organizzazione Stop Ecocide è in sé interessante. È definito come il danno esteso, la perdita di ecosistemi, in determinati territori sia dovuta alla agency umana sia ad altre cause dall’estensione tale da impedire un pacifico godimento da parte degli abitanti di quel territorio o comunque di diminuirlo di molto.

XC: Trovo curioso che il riferimento sia solo agli abitanti di quel territorio. Farei il classico esempio: se si distrugge l’Amazzonia non sono solo le popolazioni vicine ad essere danneggiate, ma sono anche quelle lontane, e le generazioni future.


RA: sì tu hai ragione ma nel costruire una fattispecie criminale occorre avere probabilmente degli interessati.

XC: sì certo, c’è la questione dell’interesse ad agire.

RA: E quella che ti ho letto è solo una definizione, ma ce ne sono diverse. Tuttavia il discorso secondo me interessante sta nell’ipotesi di introdurre questo tipo di fattispecie dentro la Carta di Roma e quindi equipararla ai crimini di guerra, al genocidio, cioè a questioni di somma rilevanza. Mi pare che questa comunque possa essere una pista interessante. Soprattutto piuttosto che criminalizzare singoli comportamenti.


XC: questa proposta si avvicina a quella di Ferrajoli?

RA: Ho in mano il suo testo Perché una costituzione della terra?; Ferrajoli cerca di trovare le ragioni per le quali una costituzione della terra potrebbe avere senso. Mi pare che però lui non citi mai questa proposta. Sicuramente la conosce. Il suo discorso si potrebbe sintetizzare così: i crimini che producono cambiamento climatico, riscaldamento globale, sono sostanzialmente crimini di sistema. Il problema (potremmo dire la causa) è che il sistema in sé non funziona. Di questo sistema il diritto è parte. L’unico modo per uscire fuori da questa logica (ossia quella della supremazia degli stati-nazione) che presiede anche al modello neoliberista, è immaginare una costituzione che si ponga in modo sovraordinato rispetto alle singole costituzioni. Ovviamente la critica che gli è stata fatta è che già i diritti previsti nelle costituzioni di per sé fanno spesso fatica ad essere esigibili da parte delle persone. Perché mai una costituzione della terra dovrebbe essere più efficace? Chiaramente questa proposta non esclude l’altra. Il punto comune sta nella consapevolezza che si tratta di un problema di sistema, e che il diritto così com’è non è in grado di far fronte a questi problemi.

Un diverso tentativo di superare l’inadeguatezza dell’attuale quadro giuridico nel fronteggiare la crisi ambientale ed ecologica, è l’elaborazione teorica del neocostituzionalismo sudamericano. Mi riferisco alle riflessioni teoriche che sono alla base delle costituzioni dell’Ecuador (2008) e della legislazione boliviana (2009) che, ispirandosi a una visione antagonista della società, fondata sulla cosmovisione andina, hanno concettualizzato la natura come soggetto titolare di situazioni giuridiche proprie; la “madre terra” (Pachamama in lingua andina) diviene un soggetto (sujeto de derechos) con diritti costituzionalmente riconosciuti. Queste esperienze rappresentano un ulteriore tentativo di superare l’attuale inadeguatezza di strumenti giuridici volti a fornire riconoscimento a pretese di giustizia che sempre più spesso coinvolgono intere collettività.

Per citare questo post: 2021, Una criminologia del cambiamento climatico? Intervista a Rosalba Altopiedi di Xenia Chiaramonte in Studi sulla questione criminale online, disponibile al link: una-criminologia-del-cambiamento-climatico-intervista-a-rosalba-altopiedi-di-xenia-chiaramonte