Pubblichiamo una bellissima recensione di Chiara Denaro (Postdoctoral Researcher in Sociologia all’università di Trento) al libro “Corpi reclusi in attesa di espulsione. La detenzione amministrativa in Europa al tempo della sindemia” curato da F. Esposito, E. Caja e G. Mattiello.

Ringraziamo Chiara e buona lettura!

La detenzione amministrativa delle persone in movimento è senza dubbio uno dei temi maggiormente controversi e contestati nell’attuale dibattito politico e scientifico sulla gestione dei confini e delle mobilità umane.

Dedicare un volume collettivo alla detenzione amministrativa, richiede un confronto critico con una molteplicità di temi imprescindibili quali la vita, la morte, la salute, la violenza, il razzismo, il controllo esercitato sui corpi di persone in movimento, il malessere attraversato dallo stato di diritto in Europa.

Il volume ‘Corpi reclusi in attesa di espulsione’, curato da Francesca Esposito, Emilio Caja e Giacomo Mattiello sceglie di osservare i luoghi di detenzione attraverso la lente della sindemia, termine che ridefinisce la pandemia come un fenomeno globale e trasversale, di natura politica, sociale, economica, e non esclusivamente di rilevanza sanitaria. La sindemia, come fattore di accelerazione delle dinamiche di accesso differenziale ai diritti e di esclusione, diviene opportunità per riflettere sulla distribuzione a livello globale del “diritto a respirare” e sulla parallela proliferazione di pratiche di resistenza, creative, potenzialmente in grado di destabilizzare confini e infrastrutture di detenzione (vedasi introduzione, Shahram Khosravi).

Dall’Italia alla Grecia, dalla Spagna alla Serbia, dalla Germania al Regno Unito sino ai paesi del Nord Europa, i contributi del volume si tuffano nei luoghi di detenzione amministrativa formali e informali d’Europa, tracciandone la genealogia (Giulia Fabini) e mettendo in luce elementi di continuità e di rottura introdotti dalla sindemia. Se a Lesvos e sulle navi quarantena disposte dall’Italia, la necessità di proteggere le persone si traduce in (ulteriore) confinamento spaziale e introduzione di nuovi ostacoli materiali alla mobilità secondo il paradigma ‘confinare per proteggere’ (Martina Tazzioli), e la sovrapposizione di metafore mediche e militari si va esacerbando in continuità con il passato (Evgenia Iliadou), in Spagna o in Inghilterra la pratica della detenzione subisce una iniziale battuta d’arresto dovuta alla sindemia (Anna Ballesteros Pena, Mary Bosworth). E ancora, quello che i curatori del volume definiscono come “confinamento nel confinamento”, prende forma anche attraverso una diversificazione e specializzazione degli spazi di detenzione, dove le dimensioni umanitaria e coercitiva continuano a coesistere (Anna Ballesteros Pena), e in cui le persone recluse vengono esposte (anche) a una sorta di disinteresse da parte delle autorità, che si traduce in alcuni casi, come in Svezia e Danimarca, in una vera e propria ‘negligenza di stato’ (Annika Lindberg).

Oltre a cogliere ed analizzare accuratamente la configurazione delle infrastrutture politiche, sociali, giuridiche e culturali che permettono l’esistenza dei luoghi di detenzione, le autrici e gli autori del volume riescono a restituirne le sfumature, i dettagli, la complessità. In particolare, essi riescono a dar conto di un aspetto centrale, seppur poco trattato, della detenzione, ovvero gli atti di resistenza quotidiana – visibili e invisibili – messi in atto dalle recluse e dai reclusi, quali risposte alla violenza esercitata del “paesaggio distopico di confine”, quale forma di dolore inflitto intenzionalmente (Evgenia Iliadou), e volto a rendere invivibile la vita di coloro che sono considerate e considerati vite di scarto (Bauman, 2004).

Al centro di essi la rivendicazione del “diritto a respirare” (Fanon, 1965; Mbembe, 2020), capace di far risuonare la sensazione di soffocamento causata dal Covid-19 a quella di chi è esposta ed esposto al rischio di morte prematura, nonché privata o privato di sufficiente aria, luce, e potere decisionale sulle proprie traiettorie di vita e di mobilità, ad opera delle infrastrutture dei regimi confinari.

Durante il viaggio attraverso i luoghi di detenzione amministrativa e arbitraria in Europa, le autrici e gli autori lavorano per de-costruire con cura le narrative dominanti a riguardo, attraverso un approccio abolizionista, coraggioso, capace di de-stabilizzare i presupposti di legittimità della detenzione, fino a farli venire meno.

Allo stesso tempo, attraverso una pratica di analisi intersezionale, le autrici e gli autori riescono a tessere relazioni tra contesti spazio-temporali distanti e distinti – dalle “istituzioni totali contemporanee” alle cd. “prigioni a cielo aperto” – e a far interloquire alcuni temi chiave nel dibattito scientifico sui confini e le infrastrutture di governo delle mobilità attraverso cui essi operano per il tramite della sistematica violenza esercitata sui corpi privati della libertà personale, aventi come finalità ultima il controllo, la sorveglianza, l’imposizione di limiti al diritto di fuga, al diritto alla vita, al diritto di scelta del luogo in cui vivere.

Il luogo che le autrici e gli autori scelgono di abitare è il margine, capace di porre al centro della narrazione la prospettiva delle proprietarie e proprietari di quei corpi reclusi, spesso fuori dalle garanzie previste dallo stato di diritto, in ragione di una futura e “necessaria” espulsione dal paese di approdo, seppur in carenza dei presupposti per eseguirla. Ripartendo dalle storie di vita (Norbert Kreuzkamp) e ponendo al centro i corpi, le voci, i silenzi, e gli atti di resistenza delle persone recluse, essi favoriscono uno sguardo post-coloniale sull’arcipelago della detenzione amministrativa in Europa. Sono loro stesse che raccontano l’immobilità forzata cui sono sottoposte – sia nelle ‘prigioni dei migranti’ che nelle forme di detenzione a cielo aperto in Serbia, tra dighe e chiuse di confine (Sanja Milivojevic) – i meccanismi attraverso cui viene loro “rubato” il tempo, attraverso l’imposizione di rallentamenti e impedimenti alla libertà di movimento, che modificano violentemente le traiettorie di mobilità individuali immaginate. L’immobilità prende forma attraverso l’operato di una molteplicità e varietà di confini, fisici, burocratici, sanitari e giuridici, le cui infrastrutture operano secondo linee di disparità tracciate nei secoli da infrastrutture di potere razziste, patriarcali, capitaliste.

Sebbene il volume si articoli in 13 contributi – tra i quali la prefazione di Shahram Khosravi, l’introduzione e le conclusioni dei curatori – che si fanno portatori di prospettive analitiche fortemente radicate nei contesti geografici, sociali e politici di riferimento, sono almeno tre i temi trasversali che lo attraversano.

Un primo tema è la scelta di adottare la sindemia come lente prospettica, quale strumento rivelatore di elementi di continuità e di rottura nelle politiche di gestione delle mobilità umane. Se da un lato la sindemia si configura come ‘acceleratore’ di dinamiche già in atto, riferibili al controllo dei corpi razzializzati e illegalizzati, alla loro esposizione a forme di violenza sistematica e morte prematura, dall’altro essa diviene opportunità di mettere a fuoco processi fondamentali, in precedenza poco visibili: la relazione tra salute, controllo, sorveglianza, violenza. La scelta di parlare di sindemia, quale fenomeno sociale, economico, giuridico, politico, comprensibile solo attraverso analisi intersezionali, invece che al concetto di pandemia, quale fenomeno di carattere puramente sanitario risulta coerente con un approccio di analisi femminista. Inoltre, essa permette di rimettere al centro il “diritto a respirare”, tracciando una connessione essenziale e diretta tra la sensazione di soffocamento patita da chi contrae il virus, e quella vissuta da chi viene forzatamente collocata o collocato in luoghi senz’aria e senza luce, esposta o esposto a violenza fisica, sanitaria, giuridica, e costretta o costretto in varie forme di limbo, spaziale e temporale, che risulta nella provazione della possibilità di determinare le proprie traiettorie di vita e mobilità individuali.

Un secondo filo conduttore tra i diversi contributi è lo sguardo critico e analitico, sulle infrastrutture di sorveglianza, controllo, reclusione, che generano la sensazione di soffocamento vissuta dalle recluse e dai reclusi. Di tali infrastrutture, viene messo in luce il carattere strutturalmente violento – che si materializza nelle diverse sfere attraverso forme di violenza sanitaria, o giuridica – e la natura razzista, che risulta nella (mancata) tutela dei diritti su base differenziale – secondo linee di diseguaglianza esistenti, quali la razza, il genere, la classe sociale. Tali dispositivi vengono riletti alla luce della sindemia, nell’intento – talvolta – di sottolineare come la medicalizzazione delle persone in movimento avesse radici più antiche, e fosse già prima inestricabilmente connessa ai temi del controllo, della sorveglianza, della paura dello straniero come possibile pericolo per la tutela della salute pubblica.

Infine, il terzo filo conduttore che unisce i contributi proposti è il focus sulle strategie di resistenza delle persone recluse. Esse rappresentano l’altra faccia della medaglia rispetto al funzionamento dei dispositivi volti a regolare – o meglio, prevenire e punire – la mobilità trasgressiva delle persone. Resistenza è documentare per quanto possibile – a fronte della privazione dei dispositivi di comunicazione con l’esterno – la realtà di violenza cui si è esposti, cercare e mantenere contatti con il mondo esterno, organizzare proteste, scioperi della fame, cucirsi le labbra scegliendo il silenzio, rifiutare di sottoporsi a un tampone, ribellarsi a un rimpatrio. Di pari passo con le pratiche di resistenza, di moltiplicano e diversificano i campi di battaglia: dalle udienze di convalida dei trattenimenti agli gli ambulatori delle strutture detentive, dalle celle di isolamento sanitario utilizzate per fini di sorveglianza ai rari i colloqui con il mondo esterno, fino a lontane aule di tribunale dove il contenzioso diviene strumento di lotta.

Ripercorrere le genealogie della detenzione amministrativa in Europa, osservare l’insieme di strumenti punitivi attraverso cui opera, nonché la moltiplicazione e diversificazione degli spazi e dei tempi in cui essa prende forma, definirne lo stato dell’arte appare quanto mai necessario e utile. Eppure, ciò che questo volume si propone di fare, riuscendo pienamente nel suo intento, è spingersi oltre, verso una prospettiva marcatamente abolizionista, che sia in grado di de-costruire e abolire “le condizioni in cui detenzione, deportazione, abbandono, espulsione sono divenuti possibili (Gilmore, 2007).”

In quest’ottica, e con questo intento, è fondamentale mettere al centro i corpi e le voci delle detenute e dei detenuti, i loro atti quotidiani di resistenza e di libertà, volti a ri-avvalersi del proprio ‘diritto a respirare’. Proprio a queste persone, che continuano incessantemente a sfidare quei regimi detentivi e confinari che vorrebbero invisibilizzarne la presenza, e metterne a tacere la voce, le autrici e gli autori scelgono di dedicare questo volume.

Bibliografia

Bauman, Z. (2004), Vite di scarto, Roma, Edizione Laterza.

Fanon, F. (1965), A dying colonialism, Grove Press.

Gilmore, R. W. (2007), Golden gulag. Prisons, surplus, crisis, and opposition in globalizing California, University of California Press.

Mbembe, A. (2020), Le droit universel à la respiration, “Aoc”, 6 aprile 2020, https://aoc.media/opinion/2020/04/05/le-droit-universel-a-la-respiration/

Per citare questo post:

Denaro C. (2022), Recensione a Corpi reclusi in attesa di espulsione. La detenzione amministrativa in Europa al tempo della sindemia, Blog studi sulla questione criminale al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/?p=4650