Pubblichiamo un commento di Tamar Pitch, direttrice della rivista di Studi sulla questione criminale, alla recente sentenza della Corte di cassazione che, come noto, non ha riconosciuto l’aggravante e il relativo aumento di pena nella sentenza di condanna di una donna violentata da due uomini dopo aver bevuto, poichè l’alcool era stato assunto volontariamente. La prospettiva critica qui proposta va all’attenzione da parte dei movimenti femministi rispetto all’utilizzo del diritto penale nella lotta contro la violenza sulle donne.

Ringraziamo Tamar Pitch per il post. Buona lettura!

Che ha a che fare questo con la libertà delle donne? (e di tutt*?)

di Tamar Pitch

Fa discutere la sentenza della Cassazione sul caso di una ragazza violentata da due uomini dopo aver bevuto. Secondo la pronuncia, se la vittima assume volontariamente alcol, c’è “violenza sessuale e abuso per condizioni di inferiorità” ma si escludono l’aggravante e il relativo aumento di pena.

Lo spunto è l’indignazione di molte femministe verso la sentenza della Cassazione che non ha riconosciuto l’aggravante di induzione all’ubriachezza in uno stupro di gruppo (questo è il reato contestato e riconosciuto) per cui sono stati condannati a tre anni due uomini. Non commento la sentenza (rimando per questo alle osservazioni puntuali di Maria Teresa Manente, avvocata il cui studio è in prima linea da moltissimi anni nella difesa delle donne violentate, maltrattate, uccise). Voglio invece riflettere su questa indignazione. Cosa non va in questa sentenza? Troppo garantista? Troppo pochi tre anni? Se una beve e poi viene violentata, lo stato di alterazione da alcol è sempre da contestare agli uomini che erano con lei?

Cominciamo con il dire che, sebbene, e per fortuna, il nostro sia (ancora) uno stato di diritto, è pur sempre lo stato di una società sessista, razzista e classista. La giustizia penale, dunque, non può che essere anch’essa, aldilà delle buone intenzioni di chi ci lavora, sessista, razzista, classista. Questo, le femministe della cosiddetta seconda ondata lo sapevano bene. E sapevano anche di dover diffidare non solo del diritto, ma anche e soprattutto del diritto e la giustizia penali. Ciò non voleva dire non lottare per mutare norme e procedure e stare al fianco, anche nei tribunali, delle donne vittime di violenza. Non voleva però certo dire, benché questo avvenisse già in parte allora, confidare nella giustizia penale per raddrizzare torti, cambiare il senso comune, dare più potere e libertà alle donne.  Anzi, la giustizia penale così come altre istituzioni autoritarie, gerarchiche, discriminatorie (la famiglia, per esempio!) venivano duramente contestate.

Il lungo dibattito sul mutamento della legge contro la violenza sessuale (1979-2006) aveva messo in luce la difficoltà, anzi l’impossibilità, di produrre norme che rispecchiassero l’esperienza e i vissuti femminili senza venir meno alle garanzie per gli imputati.  E aveva anche messo in luce i rischi di una riduzione delle donne (tutte le donne) a deboli vittime vulnerabili (la donna della sentenza contestata, per esempio, siamo sicure che non abbia bevuto un po’ troppo di sua volontà? Negarlo è negarle ogni soggettività, non certo accusarla di essersi meritata lo stupro successivo!).

Negli anni, e non solo in Italia, la riduzione della politica tutta a politica penale, e le risposte in termini punitivi a qualsiasi problema sembrano essere state introiettate anche da molte femministe: più reati, maggiorazione delle pene, al diavolo il garantismo (il quale, ricordo, tutela non solo gli imputat°, ma tutt° noi, nel caso dovessimo essere accusat° di qualcosa), in nome della battaglia senza quartiere alla violenza contro le donne.  Dovremmo, invece, sapere bene che in questo modo si finisce per legittimare la svolta punitiva e sicuritaria imperante e certo non si fanno fare passi avanti nella direzione della libertà delle donne, o della riduzione della violenza maschile contro di loro. Questo dicono del resto molte femministe argentine impegnate nel movimento NiunaMenos, e statunitensi, che indicano come la svolta verso ciò che definiscono la carceral politics di parti importanti del femminismo USA ne svelino la cattura da parte di e la complicità con il neoliberalismo, nonché l’alleanza di fatto con movimenti tradizionalisti e neoconservatori.

Bene cercare di rendere la giustizia penale (e le altre istituzioni) meno nemiche delle donne, male, a mio parere, mettere al centro delle proprie pratiche e politiche la giustizia penale, invocandone l’intervento chiedendo nuovi reati, pene più severe, minori garanzie: che ha questo a che fare con la libertà delle donne? (e di tutt°?).


Per citare questo post:

Pitch, T. (2018), “Che ha a che fare questo con la libertà delle donne? (e di tutt*?)”, post pubblicato in Studi sulla questione criminale online, consultabile al link:

Immagine: Paola Agosti, http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-q4030-0000003/

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