Dalla “sicurezza partecipata” alla “prevenzione collaborativa”. Di Rossella Selmini

Per il dibattito su terrorismo, processi di radicalizzazione e retoriche di supporto di strategie di controllo miopi che accogliamo nel blog di Studi Sulla Questione Criminale Online, pubblichiamo l’intervento di Rossella Selmini (University of Minnesota) a commento di una nuova proposta di “prevenzione collaborativa” che chiamerebbe in causa i sindaci nella gestione e prevenzione della minaccia terrorista.

Invitiamo tutte e tutti a partecipare alla discussione in corso commentando questi post e/o inviandocene di nuovi a ssqc.online@gmail.com.

Ringraziamo Rossella Selmini (University of Minnesota) per questo post. Buona lettura!

 

Dalla “sicurezza partecipata” alla “prevenzione collaborativa”

 

selminiLa capacità degli apparati del ministero dell’interno del nostro paese di creare nuove definizioni in materia di sicurezza urbana e prevenzione non finisce di stupirmi.

Dopo anni in cui  ogni documento ministeriale o prefettizio ha ripetuto a non finire che non si doveva più parlare di sicurezza urbana, ma di “sicurezza partecipata”, che significava, sostanzialmente, che le priorità e le decisioni venivano prese a livello centrale e le autonomie locali, i Sindaci in primo luogo, o altri soggetti, erano chiamati a “partecipare” come appendici ausiliarie, oggi scopriamo che il  ministro dell’interno ha proposto una nuova forma di collaborazione ai sindaci delle città italiane. Dopo averli investiti dell’autorità di emettere ordinanze amministrative, in qualità di ufficiali di governo e sottostando alle priorità stabilite a livello centrale e/o dai prefetti in materia di sicurezza urbana, e dopo aver attribuito a  città e regioni  un ruolo – ancora assai vago – nella lotta alla criminalità organizzata e mafiosa, scopriamo oggi che i sindaci e le polizie locali potranno e dovranno giocare un ruolo anche nella prevenzione del terrorismo. Una nuova “dottrina”, addirittura, definita appunto come “prevenzione collaborativa”.

Le informazioni su questa nuova “dottrina”  vengono da un articolo pubblicato su Repubblica il 22 dicembre scorso e sono, per forza di cosa, approssimative. Non dubitiamo che la nuova “dottrina” abbia una sostanza teorica assai più solida di quanto appare. Sicuramente ha una storia alle spalle. Sembra essere infatti  il frutto di un lavoro ultra-decennale di responsabilizzazione (nel senso indicato da David Garland a suo tempo) di attori, altri dai governi centrali, in materia di controllo della criminalità. Una strategia di responsabilizzazione nella quale, però, i governi centrali mantengono un ruolo di direzione e controllo, delegando attività (il lavoro sporco?) che non sono più in grado di gestire o di cui non vogliono o non possono più assumersi  la responsabilità diretta.

Magari si rivelerà una strategia straordinaria di contrasto al terrorismo, magari il prossimo attentato sarà sventato da un operatore di polizia municipale che, mentre impegnato a far funzionare una città “discarica della globalizzazione”, per dirla alla Bauman,  incappa anche  in una “cellula dormiente” nel momento del risveglio o in un “lupo solitario” che si aggira per il quartiere. A me, però, suona come l’ennesimo tentativo, appunto, di redistribuire responsabilità, in particolare redistribuire compiti gravosi, e tenersi i meriti, se mai ce ne saranno. Magari molti sindaci collaboreranno con entusiasmo a questa nuova forma di prevenzione del terrorismo, come entusiasticamente hanno emesso ordinanze amministrative improbabili ed inefficaci, illudendosi di esercitare un vero potere e rinunciando a sperimentare forme alternative di ordine sociale nelle città, come era stato, almeno in parte, in una prima fase delle politiche di sicurezza urbana. A me suona come una ennesima fase delle dinamiche centro-periferia in materia di sicurezza e di controllo, che fa seguito ai protocolli di sicurezza, alle ordinanze, appunto, all’utilizzo dell’esercito nel controllo quotidiano del territorio e così via. Dove la “collaborazione” sarà, come è stata nei casi appena citati, del tutto asimmetrica, e la “prevenzione”  qualcosa di molto simile al controllo del territorio con modalità dissuasive. A meno che il nuovo ministro dell’interno non volesse riferirsi al prezioso ruolo che i sindaci potrebbero giocare – se avessero più risorse da spendere nel welfare locale –  per  favorire l’integrazione delle prime e seconde generazioni,  l’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo, per ricomporre conflitti e ricostituire legami comunitari.

Dubito però, nonostante contenuti e modalità di questa forma “nuova” di prevenzione siano riportati dall’articolo in maniera assai confusa – che fosse a questo nobile significato della prevenzione – sociale e comunitaria – che intendesse riferirsi il ministro. Credo invece che questa proposta si muova nel solco del processo di centralizzazione che ha caratterizzato le dinamiche centro-periferia nel nostro paese negli ultimi dieci anni, dove “centralizzazione” implica anche un trasferimento di pratiche e di culture punitive a livello locale.  I sindaci e le polizie municipali saranno perciò chiamati a collaborare alla “prevenzione” degli attentati terroristici, a condividere onori (forse) e oneri (di sicuro)  di un impegno così arduo.  Così che, nella sventurata ipotesi che un attentato venga effettivamente commesso in una città italiana, a dispetto della “prevenzione collaborativa”,  i cittadini, oltre a lamentarsi con il Sindaco delle buche nei marciapiedi, delle multe, della prostituzione di strada, dei graffiti, degli schiamazzi notturni, dei furti in appartamento, delle rapine, dell’infiltrazione mafiosa nell’imprenditoria locale, potranno anche contestare al loro primo cittadino  di non aver impedito che si verificasse una strage.

Rossella Selmini

University of Minnesota

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