“Un pomeriggio piovoso di primavera”, di Valeria Verdolini (Università degli studi di Milano)

Pubblichiamo un commento di Valeria Verdolini (Università degli studi di Milano e membro del comitato direttivo della nostra rivista) sull’operazione di polizia avvenuta ieri, 2 maggio, alla stazione centrale di Milano. In questo blog accogliamo e incentiviamo l’analisi critica della questione criminale, e riteniamo importante ragionare sul significato e il portato di episodi come questo utilizzando, per l’appunto, le lenti della criminologia critica. Invitiamo le nostre lettrici e i nostri lettori a commentare e partecipare al dibattito.

Ringraziamo Valeria Verdolini per il post. Buona lettura!

 

Un pomeriggio piovoso di primavera

di Valeria Verdolini

Ieri, 2 Maggio attorno alle ore 15.30, inizia un’operazione di polizia presso la Stazione Centrale di Milano, così definita da un tweet della Questura: “È in corso un servizio straordinario di prevenzione e controllo della @poliziadistato in #stazionecentrale disposto dal Questore Cardona”.

Sono presenti agenti della polizia di Stato in assetto anti-sommossa, che chiudono l’accesso principale alla stazione, monitorando gli ingressi laterali. Sono accompagnati da guardie a cavallo, da un elicottero che sorvola piazza Duca d’Aosta e da un pullman della polizia di Stato pronto ad accompagnare i fermati. Infine, c’è la diretta del Corriere della Sera, ci sono tutti i mezzi d’informazione schierati. Tuttavia, sia l’assessora alla Sicurezza Carmela Rozza che l’assessore alle politiche sociali Pierfrancesco Majorino non sono stati informati. L’operazione dura circa un paio d’ore, sul piazzale arrivano anche l’eurodeputato Matteo Salvini, e alcuni gruppi antirazzisti. Vengono trasferite in Questura 52 persone. Nessun arresto e nessun fermo. Cinque persone trasferite scoprono in quell’occasione di aver ricevuto il riconoscimento della protezione umanitaria. La piazza viene immediatamente pulita e sgomberata dall’Amsa, che raccoglie cartoni, valigie e alloggi temporanei.

Scene molto simili si erano svolte il 10 e il 15 novembre 2016. Via Sant’Arialdo, adiacenze della stazione di Rogoredo. Sono le prime ore del pomeriggio e quasi 80 agenti misti (polizia locale, polizia di Stato, Carabinieri) su vari mezzi (elicotteri, biciclette, volanti, cavalli, pullman) fermano e portano in Questura per la notte 65 persone (tra cui 20 cittadini stranieri che ricevono l’espulsione). Anche in quel caso, fotosegnalazioni e fogli di via per i non residenti. Due arresti (ricettazione ed evasione). Il 15 novembre l’operazione si ripete con quasi 100 agenti, accompagnati dall’assessora alla sicurezza Carmela Rozza e dal capo della polizia locale Barbato. Anche in quest’occasione, forte dispiego di mass-media, e ruspe dell’Amsa per bonificare la zona. Sono cinque le persone arrestate, 73 identificate, 10 portate in caserma per essere fotosegnalate.

Sono due storie diverse, avvenute prima e dopo l’approvazione a legge del Decreto Sicurezza a firma Minniti-Orlando, con due prefetti e due questori differenti. Eppure ci sono tratti comuni.

Entrambe le operazioni avvengono a seguito di un forte allarme sociale narrato da svariati canali comunicativi e a seguito di due episodi che vedono un attacco diretto delle forze dell’ordine.

Il 10 novembre 2016, in via Monte Popera, a poche centinaia di metri dalla stazione di Rogoredo, un cittadino tunisino apre il fuoco nei confronti di alcuni agenti in borghese, arrestato poi in seguito. Il 21 Aprile 2017, un cittadino senegalese con un permesso per motivi umanitari, inizia ad insultare alcuni militari presenti per l’operazione “Strade sicure” con frasi come “militari di m…, lasciatemi stare, non servite a un c…”. Dopo il fermo, riferiscono i militari “si è formato un capannello di gente, tra curiosi e altri stranieri, di circa 100 persone. Due di questi, in particolare, hanno urlato contro i carabinieri, e sono state lanciate delle bottigliette e carte appallottolate”.

Ci sono alcune cose che colpiscono, senza entrare nel merito della valutazione politica degli eventi e la facile condanna degli stessi. Intanto il fattore tempo: nell’arco di meno di sei mesi, a fronte di differenti target (ma di uguale marginalità e fragilità sociale) le forze dell’ordine hanno agito con operazioni di pianificata spettacolarizzazione (cifra comune la presenza di agenti a cavallo e l’informazione condivisa con i mezzi stampa prima che con gli organi politici).

In secondo luogo, i destinatari delle operazioni: non tanto i fermati (nel primo caso i consumatori abituali di eroina, nel secondo i migranti e i senzatetto che stazionavano nel piazzale), ma la comunità dei cittadini, che si configura perfettamente nella categoria di comunità di pericolo mutuata da Beck.

Infine, lo spazio della città, ossia le stazioni. Zone di attraversamento e di sosta, ritornano negli anni dieci ad essere al centro delle politiche di controllo sociale, richiamando i concetti di disorganizzazione sociale proposti da Shaw e McKay nel 1923 e le mappe della paura tracciate da Mike Davis (1990).

La stazione diventa sempre di più il luogo del confine metropolitano un confine che obbliga alla relazione (o quantomeno all’incontro) con quelle fragilità sempre meno assorbite dallo stato sociale, e per questo sempre più stigmatizzate.

In particolare, la Stazione Centrale di Milano aveva già attivato processi di segregazione spaziale e di esclusione attraverso la chiusura dei cancelli nelle ore serali, l’introduzione dei “gate di accesso” per i viaggiatori dotati di biglietto e ora la pulizia degli spazi antistanti con il trasferimento e la dispersione dei poveri e degli stranieri verso spazi di invisibilità.

Sebbene la connessione tra gli eventi a danno delle forze dell’ordine e le reazioni sia del tutto inferenziale, colpisce la repentinità e la necessità di operazioni che non hanno un fine concreto di lotta alla criminalità (il numero di fermi è esiguo, e sarebbe stato ottenuto anche con una serie di controlli mirati in entrambi i casi) ma che assolvono a due compiti: spostare la sofferenza metropolitana e mostrare i simboli della sicurezza. Il primo trova ora una legittimazione giuridica nella possiblità del Daspo urbano, (già testato a Rogoredo nei confronti dei consumatori) che permette di introdurre confini invisibili e zone di accesso differenziale della città. Per questo, un concetto ritenuto superato come quello di ecologia urbana assume nuovi significati e racconta la città di oggi. Il secondo, come scriveva Virginia Woolf, si svela attraverso quegli abiti, o in questo caso, quei cavalli, che servono per “imprimere nello spettatore il senso della maestà della funzione militare”.

L’operazione trova una legittimazione politica nel preambolo del decreto Minniti: viene esplicitato come la sicurezza rappresenti un “bene pubblico fondamentale volto a favorire l’inveramento dei diritti” e come “L’intervento nasce dalla sempre più avvertita esigenza di una riflessione sul concetto di sicurezza che soprattutto oggi caratterizza la condizione di complessità propria dei grandi centri urbani. La nuova società, ormai tendenzialmente multietnica, richiede infatti – unitamente ai necessari interventi di sostegno rivolti ai “nuovi consociati” – una serie di misure di rassicurazione della comunità civile globalmente intesa, finalizzate a rafforzare la percezione che le pubbliche istituzioni concorrono unitariamente alla gestione delle conseguenti problematiche, nel superiore interesse della coesione sociale”. I simboli del controllo, lo spiegamento di polizia, soprattutto se raccontati e narrati nei canali comunicativi, sono quindi le chiavi di quella rassicurazione. Non importa a quale prezzo e sulla pelle di quali cittadini.

Valeria Verdolini

Ps. Qui le informazioni sulla Manifestazione “Nessuna persona è illegale” che si terrà Sabato 20 Maggio a Milano.


 

Per citare questo articolo: Verdolini, V. (2017), “Un pomeriggio piovoso di primavera”, in Studi sulla questione criminale on-line, pubblicato al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2017/05/03/un-pomeriggio-pi…-studi-di-milano/

 

 

 

 

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2 pensieri su ““Un pomeriggio piovoso di primavera”, di Valeria Verdolini (Università degli studi di Milano)

  1. Accetto l’invito a commentare e a partecipare al dibattito.
    “imprimere nello spettatore il senso della maestà della funzione militare”.
    Comincio col dire che la Polizia di Stato non è un corpo militare e infatti Virginia Woolf ne “Le tre ghinee” usava questa espressione riferendola alle divise dei soldati (interessante peraltro è che in quelle stesse pagine l’autrice criticava allo stesso modo qualsiasi titolo onorifico aggiunto al proprio nome in quanto finalizzato a sottolineare la propria superiorità intellettuale, suscitando invece sentimenti del tutto negativi. In altri termini, l’autrice avrebbe trovato ridicolo, secondo me sbagliando sia chiaro, identificarsi come “Università degli studi di Milano”. Si potrebbe parafrasare dicendo che ciò serve ad “imprimere nel lettore il senso della maestà della funzione accademica”, insomma una sciocchezza al giorno d’oggi ed infatti il saggio della Woolf è scritto in una condizione storica molto particolare, cioè nell’Europa del 1938 sull’orlo della catastrofe della seconda guerra mondiale, nella quale imperavano militarismi di ogni tipo).
    Tutto questo per aver utilizzato i cavalli.
    L’impiego dei reparti a cavallo è ampiamente diffuso e da tempo per i servizi di ordine pubblico nella multietnica Gran Bretagna, patria delle moderne costituzioni (Magna Charta) e dei diritti civili (Habeas Corpus Act), non certo per magnificare la funzione militare, quanto perché lo si è ritenuto un mezzo tecnico utile a prevenire e contrastare eventuali disordini. Tale mezzo è stato recentemente introdotto anche nei servizi di ordine pubblico nelle manifestazioni sportive. http://www.municipioroma.it/lazio-roma-olimpico-blindato-controlli-con-metal-detector-e-reparti-a-cavallo/

    “le forze dell’ordine hanno agito con operazioni di pianificata spettacolarizzazione (cifra comune la presenza di agenti a cavallo e l’informazione condivisa con i mezzi stampa prima che con gli organi politici).”.
    Sulla presenza dei mass media.
    Mi chiedo: avvertire e far presenziare le fonti di informazione non è garanzia di trasparenza e rispetto dei diritti umani? O andava meglio Bolzaneto e Diaz, dove, in assenza di telecamere, giornalisti stranieri, al pari dei manifestanti, sono stati massacrati? (in assenza di mezzi di informazione avremmo parlato di segrete deportazioni di massa?)
    Sull’avviso poco tempestivo agli organi politici, mi limito a fornire al dibattito una mera notizia, fondamentale quanto incredibilmente assente nell’articolo:
    questo tipo di controlli è avvenuto su richiesta dagli organi politici:
    ROZZA (assessore del Sindaco Sala) – “Da tempo abbiamo chiesto a Prefettura e Questura una massiccia campagna di identificazione di coloro che stazionano in tutta l’area della Stazione Centrale e intorno all’hub di via Sammartini. Purtroppo queste identificazioni non possono essere svolte dalla Polizia Locale. In particolare in via Sammartini, visto il grande numero di persone che dorme fuori dal centro di accoglienza la notte perché senza diritto di essere ospitata e i relativi problemi di ordine pubblico che ne conseguono, abbiamo chiesto anche la presenza di una pattuglia della Polizia di Stato. Questo intervento va in quella direzione auspicata da tempo, mi auguro solo che questo non sia solo un blitz episodico, ma che questa attenzione, anche in forma minore, continui con costanza nel tempo”. Queste le parole dell’assessore alla Sicurezza Carmela Rozza, commentando l’azione di questo pomeriggio della Polizia di Stato in Stazione Centrale. http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/blitz-polizia-stazione-centrale-1.3081938
    “Speriamo che non si tratti di una operazione episodica – si legge in una nota del il segretario metropolitano del Pd Pietro Bussolati – ma che si dia continuità a simili controlli, come l’amministrazione e il Partito Democratico chiedono da tempo” http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/02/milano-maxi-blitz-alla-stazione-centrale-polizia-cavallo-blindati-ed-elicotteri-salvini-tra-selfie-e-slogan-anti-immigrati/3557097/

    “la Stazione Centrale di Milano aveva già attivato processi di segregazione spaziale e di esclusione attraverso la chiusura dei cancelli nelle ore serali, l’introduzione dei “gate di accesso” per i viaggiatori dotati di biglietto”
    Poter accedere ai treni solo con il biglietto è “segregazione spaziale”? E’ come dire che impedire con i tornelli l’accesso alle aree immediatamente attigue agli ingressi degli stadi o alle aree immediatamente attigue ai treni delle metropolitane, o impedire a chi non ha il biglietto di entrare negli androni della Scala, è segregazione spaziale?
    Mi sembra un po’ azzardato parlare di “segregazione spaziale”, quanto invece di una semplice quanto basilare misura sia di sicurezza in tempi di terrorismo, sia di controllo degli aventi titolo ad usufruire di un servizio (né più né meno che i tornelli delle metropolitane).

    “colpisce la repentinità e la necessità di operazioni che non hanno un fine concreto di lotta alla criminalità (il numero di fermi è esiguo, e sarebbe stato ottenuto anche con una serie di controlli mirati in entrambi i casi) ma che assolvono a due compiti: spostare la sofferenza metropolitana e mostrare i simboli della sicurezza”
    Infatti si chiama prevenzione e controllo, non è contrasto alla criminalità.
    In paesi normali avviene questo, cioè che il compito della forze dell’ordine è anche quello di controllare e prevenire la commissione di illeciti, senza neanche attendere che vi siano prima episodi di violenza, come nel nostro caso.
    Il compito di queste attività è appunto di prevenzione e di controllo, peraltro in questo caso ampiamente giustificato dalle aggressioni dei giorni pregressi.

    “I simboli del controllo, lo spiegamento di polizia, soprattutto se raccontati e narrati nei canali comunicativi, sono quindi le chiavi di quella rassicurazione. Non importa a quale prezzo e sulla pelle di quali cittadini.”.
    Ma di quale prezzo stiamo parlando? Non ci sono state illegalità, non ci sono state violenze, non ci sono state violazioni di diritti. Ci sono state 52 persone che nel rispetto dei presupposti di legge sono state accompagnate in Questura probabilmente per essere compiutamente identificate, come sarebbe accaduto a qualsiasi cittadino straniero o non in qualsiasi paese del mondo. Ciò risponde ad una fondamentale e basilare esigenza per uno Stato e per la comunità dei consociati che esso rappresenta, cioè quella di conoscere l’identità di chi si trova su un dato territorio.
    Devo essere sincero, lo dico con garbo e con il massimo rispetto, trovo l’articolo un coacervo di forzature, che tradiscono un atteggiamento per nulla obiettivo (per non dire di pregiudizio) nei confronti delle forze dell’ordine e di coloro che semplicemente hanno a cuore il controllo di legalità in questo paese, e in ogni caso attribuisce a quello che è successo dei significati reconditi che non gli sono propri.
    Le parole di Minniti, in conferenza stampa per il decreto sicurezza, a me sembrano invece significative:
    “Chi dice che si rinuncia alla libertà per la sicurezza è un cattivo maestro. …Non c’è nessuna libertà se non viene garantita la sicurezza ”
    Mi ricorda l’insegnamento di Cicerone, avvocato e strenuo difensore della repubblica contro i tentativi di dittatura fino a pagare con la morte il prezzo delle proprie idee di libertà: “servi legum sumus ut liberi possimus esse”. Mi è stato chiesto di incontrare gli scolari per spiegare il concetto di legalità, ho una ambizione eccessiva ma mi piacerebbe che capissero Cicerone: siamo schiavi della legge per poter essere liberi. La legalità, in uno stato democratico, è al servizio e presupposto indefettibile della libertà di tutti, altrimenti vi sarebbe la legge della giungla, cioè la prevaricazione del più forte.
    Concludo con un concetto in cui credo molto: facciamo un pessimo servizio alla causa dell’accoglienza e dell’integrazione quando mettiamo in discussione la legalità. Sono fermamente convinto che i sentimenti di intolleranza e di razzismo non nascono dalla semplice paura o avversione verso il diverso: l’animo umano è portato naturalmente a provare curiosità e non ostilità verso il diverso da sé (lo si vede osservando come i bambini guardano incuriositi gli altri). Tali sentimenti negativi, invece, proliferano quando si diffonde la convinzione che regni illegalità e impunità, e a pagarne il prezzo (questa volta sì) sono gli stranieri che vivono onestamente, sono accolti, integrati e rispettano le regole.
    Per questo rassicurare è un bene.

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